Solo 1,14 figli per donna. E 6,6 milioni di italiani rinunciano ai bambini

Presentato a Montecitorio il Rapporto annuale dell'Istat: i giovani faticano a trovare lavoro stabile e quasi 21mila laureati l'anno scelgono di andarsene
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May 21, 2026
Solo 1,14 figli per donna. E 6,6 milioni di italiani rinunciano ai bambini
L’Italia sta invecchiando. Siamo di fronte ad una vera e propria metamorfosi, con l’inverno demografico che sta ridisegnando la struttura economica e sociale del Paese. I dati dell’ultimo Rapporto annuale dell’Istat, presentato a Montecitorio alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, descrivono una nazione sempre più anziana, con famiglie sempre più “piccole” - una su tre è costituita da una sola persona - e con culle desolatamente vuote.
Nel 2025, le nascite sono crollate al minimo storico di 355mila unità (un pesante -3,9% rispetto all'anno precedente), inchiodando il numero medio di figli per donna ad appena 1,14. Una cifra ben al di sotto della cosiddetta “soglia di rimpiazzo generazionale” (fissata a 2,1 figli per donna), ovvero il tasso necessario a mantenere stabile la popolazione in assenza di flussi migratori.
Anche il mercato del lavoro ne risente, pur confermando una traiettoria di espansione trainata soprattutto dalle fasce più mature (gli ultracinquantenni), nasconde profonde asimmetrie. Nonostante la disoccupazione generale sia scesa al livello medio europeo del 6,1% e siano aumentate le forme di lavoro standard, la situazione dei giovani rimane delicata. Per la fascia tra i 15 e i 34 anni, il tasso di occupazione si ferma al 43,9%, contro una media europea del 58,1%. E il titolo di studio non basta più a fare da scudo: i laureati under 35 occupati sono il 68,5%, oltre dieci punti sotto la media europea. A questo si aggiunge il nodo del lavoro "vulnerabile" – fatto di contratti a termine, part-time involontario e bassi livelli retributivi – che colpisce oltre il 30% dei giovani occupati (più di 4 milioni di persone), frammentando le carriere e deprimendo i salari. E sono oltre 11 milioni di italiani a rischio povertà mentre sempre più famiglie faticano a sostenere le spese energetiche e 6,6 milioni di persone rinunciano ad avere figli per ragioni economiche e lavorative.
La conseguenza di tutto questo? Un rinvio forzato di tutte le tappe vitali - sottolineano i ricercatori dell’Istat - dall'autonomia abitativa alla genitorialità. L’età media al parto è lievitata a 32,7 anni, restringendo la finestra biologica e facendo impennare il fenomeno dei figli unici, che oggi rappresentano il 16,6% della popolazione adulta (erano l’11% nel 2003). Questa drastica semplificazione delle strutture familiari sta poi modificando anche le tradizionali “reti di cura”. L’assistenza ai genitori anziani si scarica su spalle sempre più sole: se chi ha fratelli riesce a condividere i carichi di cura nel 37,9% dei casi, tra i figli unici questa rete di aiuto crolla ad appena il 21,2%.
Il malessere generazionale finisce anche per generare una preoccupante emorragia di capitale umano. Solo nel 2024, quasi 21 mila giovani laureati (25-34 anni) hanno scelto di andare all’estero, impoverendo soprattutto il Mezzogiorno. Al contempo, le disuguaglianze si radicano fin dai banchi di scuola: nel 2025 è cresciuta al 36% la quota di studenti dell'ultimo anno delle superiori con competenze inadeguate in italiano e matematica.
«La sfida – ha sottolineato il presidente dell’Istat - è anche quella di evitare che le disuguaglianze sociali, economiche, sanitarie e territoriali si cristallizzino, agendo, oltre che su un maggiore investimento in istruzione, anche sul rafforzamento del capitale sociale, fattore di protezione contro i rischi di esclusione, ridotta mobilità sociale e minore benessere».
Insomma, è un’Italia potrebbe crescere come ha fatto la Spagna (nel 2025: Pil +2,8% rispetto al nostro +0,5%, occupati +12,6% noi +4,3%) grazie a diverse riforme - dal mercato del lavoro all’immigrazione come inclusione - ma finisce per assomigliare sempre più al Giappone, più in termini di anzianità che per gli investimenti tecnologici. Questi ancora nel 2025 sono fermi al 18,9%, al di sotto di due punti rispetto ai livelli registrati fino al 2020, confermando le difficoltà del sistema produttivo italiano nell'investire stabilmente negli asset strategici che generano crescita economica duratura.

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