Serve una “rivoluzione della cura” per salvare i minori dal digitale: la proposta della Garante per l'infanzia
di Alessia Guerrieri, Roma
Nella Relazione al Parlamento Marina Terragni evidenzia il crescente disagio di bambini e adolescenti legato alla solitudine e all’uso eccessivo delle tecnologie: «Puntare sul valore delle relazioni»

Identificati spesso come un «problema», i minori di questo Paese non se la passano bene. Crescono infatti con una sovraesposizione digitale che troppe volte sostituisce le relazioni vere e proprie, portando i più giovani a vivere la vita reale con «ansia, disagio emotivo, difficoltà nella costruzione dell’autonomia». Tutto questo in contesti familiari fragili, spesso composti da genitori soli senza grandi aiuti esterni. Ed è per questo - è il messaggio che arriva dalla Relazione al Parlamento dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza presentata ieri a Roma - che serve una vera e propria rivoluzione della cura, una “CaRevolution” la definisce la Garante Marina Terragni. «La cura - aggiunge - viene invisibilizzata o pensata come economicamente e politicamente residuale. Servirebbe invece una vera e propria CaRevolution, un approccio trasformativo per riconfigurare il modo in cui il lavoro di cura viene riconosciuto, organizzato, condiviso, valorizzato e posto al centro. Si tratta di un valore che non dobbiamo rinunciare a trasmettere ai ragazzi, maschi e femmine, e a ogni costo».
Punto di partenza è innanzitutto non considerare i bambini e i ragazzi come un intralcio ai propri progetti di vita. Da un certo momento in avanti, infatti, «bambini e ragazzi sono stati associati alla parola “problema” e forse loro stessi ormai si percepiscono come problema, per se stessi e per il mondo», ricorda Terragni. In parallelo, «stiamo registrando record di denatalità: se bambini e ragazzi sono un problema, perché dovremmo andare a metterci in questo guaio? I figli sono sempre stati uno slancio verso l’illimitato, oggi invece li percepiamo come limite». Uno dei punti centrali dell’annuale relazione della Garante è appunto la «non maternità di massa», ma anche la molta infelicità e il disagio degli adolescenti, una crescente povertà relazionale («il più grande nemico della natalità», secondo la Garante) e l’idea dell’individuo perfettamente autosufficiente. La digitalizzazione ha ridotto la socialità in presenza e la formazione di relazioni stabili, una tendenza acutizzatasi durante e dopo il Covid. Si è perciò passati dal “noi” all’io assoluto”, in sostanza una sorta di «mutazione antropologica delle giovani generazioni». A cui si aggiunge anche la solitudine delle madri, l’indebolimento della famiglia allargata, il venir meno delle reti di sostegno e della comunità. E questo spiega molto della rinuncia ad avere figli. «Si tratta dunque di tornare a pensarci come interdipendenti, vulnerabili e bisognosi degli altri - prosegue ancora -. La cura reciproca e del mondo deve tornare a essere il valore fondante della società e sull’estinzione progressiva della dimensione comunitaria va posta molta attenzione».
Tutto sta nel riscoprirsi, insomma, comunità educante, con il coinvolgimento anche della scuola e della società tutta nella crescita dei ragazzi che chiedono sempre più di essere ascoltati e di avere la famiglia come «porto sicuro». Questo infatti è il messaggio arrivato dalla lettera letta da Elena Cosentino, una rappresentante della Consulta nazionale delle ragazze e dei ragazzi, il cui messaggio per gli adulti è: «Maggiore presenza, fiducia e responsabilità». Esserci, insomma, nei momenti importanti della vita. Per tutelare i minori occorre ridare centralità alla famiglia, ricorda la ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità, Eugenia Roccella, per cui il metodo che il Governo ha individuato «è di non spostare le responsabilità della famiglia altrove, non depauperare le competenze e le responsabilità delle famiglie d'origine, ma cercare appunto di sostenerle, di ampliare le competenze, di offrire strumenti, di alimentare anche l'autorevolezza genitoriale che è altra cosa dall'autorità». Serve invece riscoprire il senso della «generatività» per il pedagogista Daniele Novara, che ha insistito molto su minorenni e fragilità genitoriali, soffermandosi anche sulla questione delle sovradiagnosi neuropsichiatriche.
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