Senza migranti in Italia un crollo demografico
Il Rapporto Caritas e Migrantes: straniero il 9,4% della popolazione. In aumento il numero di chi lavora ma cresce il rischio povertà o esclusione sociale

La realtà migratoria italiana cresce in maniera ben diversa da come viene rappresentata in negativo e strumentalizzata da politica e media. Il tema più sensibile della politica italiana ed europea viene fotografato nelle sue diverse sfaccettature dal 35° Rapporto immigrazione 2026 “Confini e frontiere” di Caritas e Migrantes curato da Manuela De Marco e Simone Varisco presentato a Roma lunedì 19 ottobre. La fotografia di un mondo di regolari che cresce in Italia più lentamente rispetto all’Ue. Solo i livelli di partecipazione al lavoro tengono la media europea, ma le competenze da noi restano poco valorizzate e il rischio di povertà e mancata integrazione delle seconde generazioni qui è più alto. Ma i due organismi Cei restituiscono anche diversi segnali di speranza.
Anzitutto i numeri stabili. Il rapporto cita le stime Istat secondo le quali al 1° gennaio 2026 gli stranieri residenti in Italia erano 5.559.527, il 9,4% della popolazione. Dato che cresce più lentamente rispetto a Francia, Germania e Spagna. Ai fan della remigrazione va ricordato che l’aumento, pur contenuto, basta a contenere il declino demografico. Rispetto all’anno precedente la popolazione straniera è aumentata infatti di circa 188 mila unità, mentre quella italiana si è ridotta di circa 189 mila. Sono quindi gli stranieri a compensare le italiche culle desolatamente vuote, mantenendo invariato il numero di 58,9 milioni di residenti. Altro dato positivo e inesorabile da tenere a mente è che circa circa nove persone nate all’estero su 10 si trovano in età lavorativa (15-64 anni), mentre tra i nati in Italia la quota si colloca intorno al 60%. Un contributo importante anche nel contenere gli squilibri dell’invecchiamento.
Il 64% dei migranti laureati svolgono lavori che non richiedono una laurea. E tra i giovani non Ue il 30% non studia né lavora, contro una media Ue del 17%. Nello spazio euro il 43,8% dei cittadini non-Ue si trova a rischio di povertà o esclusione sociale, contro il 18,5% dei cittadini nazionali. In Italia la quota raggiunge il 49%, quasi il triplo rispetto a quella della popolazione nazionale.
Altro dato positivo, su 100 permessi di soggiorno validi nel 2024 - il Rapporto segnala per la prima volta difficoltà a reperire dati - il 52,8% sono di lungo periodo. Quattro immigrati su cinque residenti vivono in Italia da oltre 10 anni, dato che contribuisce a smontare una rappresentazione dell’immigrazione centrata sull’arrivo e l’emergenza. E mediamente hanno un giudizio positivo sulla nostra realtà. Un’indagine che ha coinvolto circa 400 uffici Caritas e Migrantes sul territorio riscontra la propensione a restare nel Belpaese del 67,5% dei cittadini immigrati.
Geografia. Uomini e donne sono suddivisi a metà a livello nazionale, solo al Sud prevale la componente maschile. La distribuzione geografica conferma la prevalenza di migranti al Nord (il 58,1%) con il Nord-Ovest sempre area più attrattiva in Italia. Quindi il Centro con il 24,2% delle presenze complessive mentre nel Mezzogiorno ha un 17,7%, per la minore disponibilità di lavoro. La regione con più stranieri resta la Lombardia, dove risiede un quinto del totale, seguita da Lazio (11,9%) ed Emilia-Romagna (10,4%).
Le comunità. I dati Istat confermano che la componente europea continua a rappresentare quasi la metà degli stranieri. Tra le singole nazionalità, i romeni mantengono il primo posto con oltre un milione di residenti (19,6%), seguiti da albanesi (414.622, il 7,7%), Marocco (412.457, 7,7%), Cina (311.250, 5,8%) e Ucraina (287.187, 5,3%). Seguono a distanza Bangladesh, Egitto, India e Pakistan.
Minori stranieri non accompagnati. Sono diminuiti del 9% scendendo a circa 17 mila in linea con i cali degli arrivi. Ma cinque anni fa erano circa 10 mila. Oltre due terzi sono africani mentre una quota significativa è rappresentata da minori ucraini. Le regioni con il maggior numero di presenze sono la Sicilia, che ne ospita il 22%, seguita da Lombardia con circa il 14%, e Campania con circa il 9. Il rapporto pubblica anche un recente monitoraggio Caritas sul ruolo delle diocesi nell’accoglienza. Sono potenzialmente disponibili 23.300 posti, 1.236 riservati ai minori stranieri soli concentrati nelle diocesi del Nord maggiormente interessate dai flussi migratori di frontiera e di transito come Udine e Gorizia.
Fede. Altro dato sensibile - viste le paure di sostituzione etnica e islamizzazione - è la religione. I musulmani sono tornati sotto il 30% del totale, esattamente al 29,6. Calo minimo, ma significativo secondo il rapporto perché dovuto alla laicizzazione di molti giovani in linea con le tendenze italiane. Cresce anche la componente atea o agnostica che tocca il 10,6%. I cristiani restano la maggioranza, con il 52,7% del totale. Tra questi crescono i cattolici (il 18,7%). Il rapporto pubblica il primo censimento ragionato di sacerdoti, religiosi e religiose con cittadinanza non italiana che prestano servizio in Italia. Secondo lo studio sono 29.500 i permessi di soggiorno per motivi religiosi concentrati in massima parte a Roma (il 61,4% del totale) e nell’Italia centrale. Risultano poi iscritti nel sistema di sostentamento del clero circa 3.000 sacerdoti con cittadinanza non italiana, il 52% diocesani e il resto religiosi. I principali Paesi di provenienza sono India, Repubblica Democratica del Congo, Polonia, Nigeria e Romania. Dall’Africa arriva il 36,8% dei sacerdoti con cittadinanza estera residenti in Italia, seguito dall’Asia con il 26,2%. E gli 825 sacerdoti studenti stranieri provengono sempre da Africa e Asia, i continenti dove la Chiesa cresce.
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