«Rispetto della terra e accoglienza, così è rinata la mia Pantelleria»
Italo Cucci racconta la visita di Mattarella sull'isola a dieci anni dalla fondazione del Parco nazionale, nato dopo l'incendio del 2016 che distrusse 600 ettari di macchia mediterranea. Il sogno? Riaprire il punto nascite dell’ospedale.

«Aver portato a Pantelleria il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che qui non era mai venuto, è forse l’ultimo scoop della mia vita». Parola del “direttore” che ha reso nobile la scrittura calcistica, e non solo, anche su queste pagine di Avvenire con la rubrica del lunedì “La barba al palo”. Italo Cucci, moltefeltrino di nascita (Sassocorvaro), riminese di adozione, classe d’acciaio 1939, è in effetti il più longevo dei direttori ancora ai tasti: ieri della Olivetti, oggi del pc da cui scrive dalla sua isola dei tesori. A Pantelleria è sbarcato la prima volta da turista, nel 1989, poi ha scelto la residenza fissa aprendo le porte al dammuso di famiglia. Un vulcano di idee sempre acceso: «L’ultima? Acquisire dal demanio dell’esercito il faro semiabbandonato». Non parla da direttore storico del Guerin Sportivo (quello da 1 milione di copie vendute in edicola per il trionfo azzurro del Mundial dell’82), ma da “uomo” del Parco Nazionale dell’isola di Pantelleria. Quello nato il 28 luglio 2016 proprio per volontà di Mattarella come risposta dello Stato al devastante incendio doloso del maggio di quell’anno, che distrusse oltre 600 ettari di macchia mediterranea, circa il 10% della superficie dell’isola. Sembrava tutto finito, e che Pantelleria non si sarebbe rimessa in piedi mai più. Tutto il contrario di quel che è successo dopo. Cucci, del parco, è stato per tre volte commissario straordinario. L’ultima nomina risale all’agosto 2023, dopo la regolare audizione alla Camera e il conferimento dell’incarico da parte del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. «Il “mio ministro”: l’altro ieri c’era anche lui con il presidente per il decennale del parco di cui, dall’11 maggio scorso, sono orgogliosamente il Presidente».
Il capo riconosciuto di una comunità in cui il parco è una risorsa per un centinaio di lavoratori tra guide, operatori, guardie forestali, carabinieri, vigili del fuoco e protezione civile. Tutti presenti per la visita di Mattarella che Cucci sognerà ancora ad occhi aperti per chissà quante notti: «Il 28 luglio 2026 rimarrà una giornata epocale. Qui era venuto solo Mussolini che, nel 1938, vestito da pilota a bordo del suo aereo era atterrato per controllare i lavori di costruzione dell’Hangar Nervi. E là, dentro all’Hangar, davanti a 500 isolani –racconta Cucci – ho chiesto al presidente che ci venga ridato il punto nascite del nostro ospedale. La legge dice che per aprirlo servono 500 neonati l’anno, ma qui, per pochi che siamo abbiamo fatto ampiamente la nostra parte». Nell’ultimo semestre del 2025, in netta controtendenza con il resto del Paese a Pantelleria, ne sono nati 63, ma le pantesche vanno a partorire lontano, a Trapani, a Bologna, «qualcuna persino a Milano. L’altro ieri quei bambini, con i loro genitori hanno vissuto la giornata più importante dei 320mila anni di storia dell’isola: c’erano tutti in piazza a salutare Mattarella che, da nonno come me, si è commosso nell’accarezzarli e salutarli uno a uno». E il fanciullo che vive in mastro Cucci ne ha inventata un’altra: «Da piccolo sono stato un accanito lettore del Manuale delle giovani marmotte , così ho pensato: voglio creare i “Ranger di Pantelleria”. Sono i bambini tra gli 8 e i 13 anni che per la gioia delle loro famiglie conoscono l’isola meglio degli adulti, perché la esplorano e fanno i loro bivacchi sul monte e sul mare».
L’isola dei bambini, ma anche dei capperi e delle «due grandi eredità lasciate dagli arabi»: il vino da meditazione, lo zibibbo ( zabib è “uvetta” in lingua araba) e le caratteristiche abitazioni isolane, i dammusi. «I vigneti e i dammusi sono le gemme incastonate nel parco, che di fatto possiede l’80% del territorio di Pantelleria. Da commissario avevo bloccato ogni possibile speculazione edilizia, ma avevo anche offerto delle condizioni favorevoli in merito al restauro delle abitazioni. Chiunque voglia aggiungere una stanza o un bagno al suo dammuso può farlo, sempre nel rispetto del piano urbanistico, ma ad un patto: che crei uno spazio agricolo, un orto da coltivare all’interno della sua proprietà. Questa è un’Isola in cui non esistono pescatori, i frutti del lavoro da sempre arrivano dalla terra».
Cucci parla da isolano incantato della “perla nera”, cantata anche dal Nobel Gabriel Garcia Marquez (che Mattarella ha citato), e altrettanto poeticamente la definisce «un’oasi di pace e di bellezza. Non c’è delinquenza e tanto meno la mafia. È un piacere vivere qui dove l’acqua corrente, l’annoso problema della Sicilia, grazie al dissalatore è arrivata negli anni ’90, molto prima che nelle città. Mentre la luce la portarono con estrema fatica i “pionieri”, quei bresciani e bergamaschi che venivano a caccia nell’Isola negli anni ’50».
A Pantelleria si giunge via mare, ma anche in aereo. Cucci dice sempre che l’isola è una grande “clinica della salute”: «Qui ho trovato la pace anche per mio figlio Ignazio, la cui vicenda abbiamo raccontato a quattro mani nel libro Elettroshock. Sono ancora vivo. E la chiamano depressione (Minerva, ndr ). “Igno” a Pantelleria ha ritrovato la voglia di vivere. Ha cominciato come bibliotecario al Centro Culturale Giamporcaro, poi ha fatto tanti lavori e da quando è papà di Enea (con l’altra nipotina Maria Neva, manco a dirlo sono due “Ranger”, ndr ), è diventato il capofamiglia e io sono il vecchio Anchise». I Cucci sono tra i 7mila abitanti di quest’isola dell’inclusione totale. «La convivenza pacifica tra le varie etnie e religioni si respirava già ai tempi di Federico II, il quale si era ferito a un piede sulla nave e ordinò di attraccare a Pantelleria perché sapeva che sulla nostra montagna risiedevano due guaritori. Uno era un frate, l’altro un mullah, lavoravano e vivevano insieme in piena armonia». La storia è lo specchio di un luogo in cui l’integrazione è un fatto normale: «Al tramonto, quando l’aria è pulita, dalla mia veranda si vede il profilo di Chelibia, il porto di Tunisi che dista appena 70 km. Niente barconi, ma da lì o dal Marocco arrivano per trovare un’onesta occupazione. Infatti ora stiamo cercando di far acquisire la cittadinanza italiana a 12 famiglie nordafricane perché servono braccia per l’agricoltura. L’uva preziosa della “vite ad alberello”, così come la raccolta dei capperi richiedono giovani forti e in salute che si pieghino a terra».
Oltre ai vigneti, Pantelleria è stata anche l’isola di molti vip, a cominciare dal compianto Giorgio Armani: «Il suo blu notte è il blu Pantelleria, glielo ha ispirato quest’angolo fantastico di Mediterraneo» assicura Cucci. «Ma i posti per ricchi sono altri, qui vive chi è abituato a fare sacrifici, chi ha messo a posto il suo dammuso e ci vive gran parte dell’anno. Sull’isola c’è anche il calcio: «La vecchia squadra dilettantistica, la Pantera, si è sciolta anni fa. Vincevano anche tutte le partite casalinghe, ma a tavolino, nessuna formazione ospite poteva permettersi le spese per la trasferta. Ma in una dimensione bambinesca a Pantelleria si gioca ancora, c’è il calcio a 5 e d’estate ospitiamo gli stage giovanili di Inter Campus». Di calcio, da storico e da scriba quotidiano, Cucci parla tutti i giorni con i vicini di dammuso, gli amici fraterni Fabio Capello e Marco Tardelli. «Ero a pranzo con Mattarella quando mi hanno comunicato la notizia del nuovo ct della Nazionale. Ho fatto finta di niente...». Il ricordo incancellabile della visita dell’altro giorno? «Eravamo al Lago di Venere, una delle sette bellezze dell’isola: nelle sue acque c’è il “brodo primordiale”, come su Marte. Mentre con Mattarella osservavamo estasiati questo paesaggio incantevole, dall’acqua all’improvviso è spuntato fuori un gruppo di ragazzine che hanno iniziato a gridare: “Viva il presidente!”. Dopo l’ultimo scoop, forse questo sarà il finale del romanzo che non ho ancora scritto».

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