I condannati irreperibili, i risarcimenti fermi: l'Egitto sta ignorando la sentenza su Giulio Regeni
A tre settimane dalla decisione della Corte d’Assise, Il Cairo tace e Roma temporeggia. Silenzio anche sul fronte della provvisionale di 500mila euro ai familiari e di 150mila euro allo Stato italiano. I genitori scrivono all'ambasciatore

Roma temporeggia, come ai tempi della Prima Repubblica, per non compromettere affari e canali diplomatici con il Cairo. L’Egitto a sua volta tace e ignora la sentenza relativa al sequestro di Giulio Regeni, pronunciata tre settimane fa dalla Prima Corte d’Assise di Roma, che condanna a dieci anni di reclusione tre 007 — Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif — coinvolti nella tragedia del ricercatore friulano, del tutto assenti e irreperibili. Tutto tace anche sul fronte della provvisionale «immediatamente esecutiva» di 500mila euro alla famiglia Regeni e di 150mila euro allo Stato italiano a carico degli imputati, che agivano per conto dell’Egitto. L’Italia, si sa, non attiva la via diplomatica temendo ritorsioni, soprattutto a livello energetico (con oltre 10 miliardi di investimenti Eni in gioco). Di fronte alle resistenze italiane, la famiglia del ricercatore, attraverso gli avvocati Alessandra Ballerini e Giacomo Satta, si è direttamente rivolta all’ambasciatore egiziano a Roma, Bassam Essam Rady, chiedendo l’esecuzione immediata della provvisionale. «Siamo con la presente a sollecitare un Suo attivo intervento per facilitare l’esecuzione del dispositivo della sentenza», si legge nella lettera a Rady, che alla famiglia Regeni aveva assicurato il rispetto verso «qualsiasi decisione della Corte». E ora che la sentenza c’è stata, i legali confidano che il diplomatico non verrà meno «alla parola data alla famiglia Regeni».
Poche ore dopo la notizia, diffusa da Repubblica, Avvenire ha provato a contattare l’ambasciata egiziana a Roma, che per ora evita di rilasciare dichiarazioni sulla vicenda. «Non parlo l’italiano», ha commentato l’addetto dall’altra parte del telefono. I genitori del ricercatore, Paola Deffendi e Claudio Regeni, hanno inoltre scelto di spedire una mail Pec all’ambasciatore egiziano poiché, in occasione della citazione del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e di suo figlio Mahmood, «la raccomandata era stata rimandata indietro con la dicitura: “l’addetto al ritiro dell’ambasciata d’Egitto rifiuta”». I Regeni nutrono così il sospetto che tutte le missive spedite tramite la legale Ballerini siano «considerate irricevibili» da parte dei diplomatici del Cairo. Del resto, il Cairo non mostra particolari aperture nei confronti della sentenza: attraverso la stampa filogovernativa — Al-Qahera News, Al-Ahram e Al-Akhbar — ha provato a ridimensionarne l’impatto, bollandola come un «tentativo straniero di destabilizzare» il Paese.
L’impegno dei Regeni però non viene meno. E a tale riguardo, Ballerini cita le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando ricorreva il decimo anniversario dell’omicidio di Giulio: «Verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi, a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale». Per l’avvocata, le parole del Capo dello Stato «trovano conferma» nella sentenza della Prima Corte d’Assise, che rappresenta un «presidio per tutti i “Giuli “e le “Giulie” del mondo». Per la legale, la sentenza Regeni dimostra che «l’impunità può essere sconfitta e l’arbitrio può trovare un argine nelle democrazie». Il popolo giallo e la Giustizia hanno fatto la loro parte. Ora il dossier è nelle mani dei governi coinvolti, al bivio tra dignità umana e ragion di Stato.
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