Dalla gestione della rabbia all'ansia: perché l’educazione emotiva deve entrare nelle scuole
«È il momento di decidere se l’educazione emotiva resta una fortuna che dipende dalla scuola che frequenti, o diventa parte dell’educazione di ogni ragazzo e ragazza», spiega Danila De Stefano, ceo di Unobravo che con Edulia dal Sapere Treccani ha lanciato un progetto sul tema

«A scuola la rabbia è spesso considerata un comportamento da sanzionare, raramente un’emozione da imparare a riconoscere e gestire», con questo esempio Danila De Stefano, ceo e founder di Unobravo (che offre sostegno psicologico online e in presenza), racconta alcune delle motivazioni che hanno dato origine al progetto “Sento dunque sono-Emozioni e identità a scuola”, lanciato in questi giorni nella sala stampa della Camera dei Deputati in collaborazione con Edulia dal Sapere Treccani, società del gruppo editoriale dedicata all’educazione e all’innovazione.
L’idea è di portare l’educazione emotiva nelle scuole secondarie di primo e secondo grado attraverso diversi strumenti. A partire da tre webinar per i docenti, perché «formare chi accompagna ogni giorno i ragazzi viene prima di tutto» e tre eventi per gli studenti di tutta Italia che parteciperanno sia in presenza che in diretta streaming, oltre a videopillole e altri materiali didattici pensati per sostenere la consapevolezza emotiva in classe. Nel percorso, elaborato dal team clinico di Unobravo, verranno trattati i temi più rilevanti, come la rabbia appunto (l’emozione tra le più complesse da gestire ed esprimere per circa il 30% dei giovani GenZ), l’identità e l’ansia da performance. Si parlerà, per esempio, di come riconoscere le fragilità e costruire la propria identità, soprattutto in un’epoca in cui tecnologia, social media e IA giocano un ruolo importante, tanto che un under 30 su due ritiene che i social possano effettivamente educare alle emozioni, considerandoli strumenti in grado di promuovere empatia e consapevolezza. Ma anche di come gestire l’ansia, un problema molto diffuso tra i più giovani: i dati dell’Osservatorio Nazionale sul Bullismo evidenziano che il 24% degli studenti guarda alla propria vita con incertezza o sofferenza, percependo il futuro proprio con ansia o paura (circa il 22%).
«Sappiamo che un progetto da solo non può colmare un vuoto che riguarda l’intero Paese – puntualizza De Stefano –. Per garantire continuità e raggiungere tutti serve il coinvolgimento delle istituzioni. Speriamo che questa iniziativa possa contribuire a rendere l’educazione emotiva una presenza stabile nelle scuole italiane in futuro. È il momento di decidere se l’educazione emotiva resta una fortuna che dipende dalla scuola che frequenti, o diventa parte dell’educazione di ogni ragazzo e ragazza». L’urgenza della quale parla l’esperta è raccontata anche da altri numeri. Secondo il MINDex 2026 – il Barometro del Benessere Mentale degli Italiani realizzato da Unobravo con Ipsos Doxa –, quasi sei italiani su 10 dichiarano di non essersi sentiti supportati dalla scuola nello sviluppo dell’intelligenza emotiva e la metà ammette di non avere gli strumenti per gestire le proprie emozioni. Inoltre, «nella survey condotta tra 720 terapeuti della nostra rete, la difficoltà a esprimere le emozioni è la carenza segnalata più frequentemente, nel 68% dei casi». Eppure, la scuola può avere un ruolo fondamentale perché accompagna i ragazzi per molti anni, anche nelle relazioni con gli altri, specifica l’esperta: «L’esempio della rabbia aiuta a capire cosa può mancare. Quando si manifesta attraverso un comportamento aggressivo è necessario intervenire su quel comportamento, ma anche aiutare il ragazzo a comprendere ciò che sta provando. La rabbia è un’emozione naturale. Tuttavia, provarla non giustifica fare del male a qualcuno. Imparare a riconoscerla, capirne i motivi ed esprimerla senza danneggiare sé o gli altri è una competenza che va sviluppata nel tempo, con il sostegno degli adulti».
Intervenire quando un problema è già emerso resta necessario, insomma, ma aspettare quel momento, spiega, ha un costo per le persone coinvolte e per l’intera collettività. «Per questo l’educazione emotiva dovrebbe iniziare fin dall’infanzia, coinvolgendo famiglie, scuole e comunità – conclude –. Oggi dipende ancora troppo dalla sensibilità e dagli strumenti del singolo adulto o istituto. Con questo progetto vogliamo offrire un contributo concreto, nella speranza che opportunità come questa diventino parte stabile del percorso educativo di ciascuno».
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