Cina, Ucraina, energia: a Bruxelles l’Europa prova a pensare il dopo-Hormuz

di Gabriele Rosana, Bruxelles
Dopo il G7 e la tregua tra Stati Uniti e Iran, i leader dei Ventisette si riuniscono in Consiglio per discutere di competitività, rapporti con Pechino, sostegno a Kiev, caro energia e futuro bilancio comune. Sullo sfondo, la ricerca di un ruolo europeo nel nuovo scenario globale.
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June 18, 2026
I 27 riuniti in Consiglio Ue
I 27 riuniti in Consiglio Ue
Dopo il G7 di Évian, che ha provato a rilanciare l’asse con gli Usa sulla fine della guerra in Ucraina, e aspettando la firma - venerdì a Lucerna - del memorandum d’intesa fra Stati Uniti e Iran che ferma per 60 giorni la guerra nel Golfo, i leader europei tornano a far tappa a Bruxelles per il quarto summit dell’anno. L’obiettivo della due giorni che comincia nel tardo pomeriggio di oggi a Bruxelles, stavolta, è guardare non solo al breve e al brevissimo - a cominciare da un ruolo attivo nella sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz dopo la riapertura dello snodo commerciale e dal rafforzamento della missione navale Aspides, come si legge nella bozza di conclusioni consultata da Avvenire -, ma anche al medio e lungo termine. Insomma, poche decisioni concrete ma più un confronto a tutto campo su cosa vorrà (e potrà) fare l’Europa nei prossimi anni. Ecco i dossier sul tavolo.
Pechino è l’elefante nella stanza di questo vertice, al punto che a Bruxelles neppure lo nominano. Nel felpato linguaggio della diplomazia si parla, semmai, di «squilibri macroeconomici globali» da affrontare per rilanciare la competitività delle industrie del continente. I massicci sussidi riconosciuti dal Dragone alle sue aziende nazionali, al contrario, finiscono per distorcere la concorrenza. Non sono previste decisioni concrete, ma i leader dovranno indicare alla Commissione la strada da intraprendere con la Repubblica popolare: fermezza, certo, ma senza una netta contrapposizione. Anche perché - manco a dirlo - le posizioni tra i Ventisette sono molto variegate, e in tanti temono gli effetti (dolorosi) di una rappresaglia cinese. Servirà trovare un delicato equilibrio: con Pechino, «possiamo continuare a dialogare, come fanno gli Usa, da una posizione di forza, ma al tempo stesso difendendo la nostra base industriale dal pericolo di distruzione», sintetizza la questione un alto diplomatico. Ciò potrebbe tradursi, ad esempio, in «decisioni più rapide sulle indagini anti-dumping» e nella creazione di un nuovo strumento di difesa commerciale contro gli effetti della sovraccapacità produttiva cinese. «I costi dell’inazione sono superiori a quelli dell’azione», osserva una fonte diplomatica. È appena accaduto, del resto, con l’acciaio (l’Ue ha dimezzato la quota di libero scambio e raddoppiato i dazi sull’eccedenza), seppur senza prendere di mira espressamente la Cina. «Adesso ci aspettiamo misure più mirate», ha aggiunto il diplomatico.
L’altra battaglia di medio termine riguarda il budget comune. A fine 2027 scadrà l’attuale bilancio pluriennale dell’Ue: dalla scorsa estate è cominciato il negoziato tra le capitali, e l’obiettivo del presidente António Costa è avere un accordo politico entro quest’anno sul futuro assetto per il periodo 2028-2034. Il proposito si scontra, però, con la più antica tra le contrapposizioni al cuore dell’Ue, il “derby” tra frugali e mediterranei, oppure - come stanno tentando di ridefinirsi i primi - tra modernizzatori e tradizionalisti. Insomma, tra nord e sud Europa. I primi chiedono di fare più con meno soldi: l’Ue dovrebbe concentrarsi sulle grandi sfide contemporanee, dal rilancio della competitività alla difesa, e tagliare voci di spesa a fondo perduto che hanno caratterizzato finora il budget comune, come la Politica agricola comune e i fondi per la coesione. I secondi, riuniti nel fronte degli “Amici della Coesione” esteso anche agli Stati dell’Est Europa (si contano in tutto 17 governi), si battono invece per mantenere indenni le risorse destinate ai territori.
La vera novità, pochi giorni dopo l’apertura formale del primo “cluster” negoziale con Kiev per l’adesione all’Ue, è che le conclusioni stavolta saranno a 27 e non più a 26: con l’uscita di scena di Viktor Orbán, i leader hanno ritrovato l’unità negli ultimi due anni e mezzo negata dall’ex premier ungherese, il più filo-russo tra i capi di governo europei. Ma questo dato non basta a segnare una svolta nell’avvicinamento di Kiev all’Unione: «L’allargamento rimane un processo basato sul merito», ha ricordato un diplomatico a chi chiedeva della possibilità di accelerare il processo di adesione dell’Ucraina. Per Volodymyr Zelenksy, atteso in serata a Bruxelles, sarà, insomma, un vertice dai segnali misti: da un lato otterrà la certezza che entro fine mese l’Ucraina riceverà la prima tranche del maxi-prestito da 90 miliardi di euro su due anni che sosterrà l’esercito e le finanze pubbliche dello Stato; ma dall’altra dovrà fare i conti con l’ennesimo tira-e-molla Ue per bypassare i veti. La Bulgaria ha frenato su una rapida approvazione del 21° pacchetto di sanzioni contro Mosca. Costa, padrone di casa, sarà poi al centro dell’attenzione dei Ventisette dopo che sono stati confermati i contatti in corso tra il suo capo di gabinetto e un alto funzionario del Cremlino, nel tentativo di aprire un canale di comunicazione tra Bruxelles e Mosca. Sarà l’ex premier portoghese - fama di affabile negoziatore tra i capi di Stato e di governo - il nome su cui puntare per il ruolo di inviato speciale dell’Ue al tavolo negoziale tra Russia e Ucraina?
La tregua siglata da Washington e Teheran «rappresenta un’opportunità per la stabilità regionale e per il pieno ripristino della libertà di navigazione e il transito sicuro nello Stretto di Hormuz», si legge nella bozza di conclusioni che plaudono alla svolta diplomatica. Ma in attesa di definire il ruolo attivo della coalizione dei volenterosi nel Golfo, i Paesi che in questi mesi sono stati più attivi nella richiesta di misure di flessibilità sull’energia, per via dei rincari causati dal blocco di Hormuz, non intendono mollare la presa. E invocano ancora una volta la competitività per le industrie continentali. «Non prevediamo un ritorno allo “status quo”», ha indicato una fonte diplomatica, ma anche laddove questo fosse il caso, «già prima della crisi in Europa prezzi erano dalle cinque alle sette volte più elevati». Le conclusioni insisteranno sulla necessità di alleviare il caro-bollette e sostenere la produzione di energia pulita, ma richiameranno pure la revisione del sistema Ets, il meccanismo per cui le industrie che inquinano pagano per acquistare dei crediti di CO2, un punto politico fermo per l’Italia.
La riunione dei ministri degli Esteri di inizio settimana non ha portato ad alcuna svolta sulle sanzioni a Israele: né sull’inserimento dei ministri estremisti come Itamar Ben-Gvir nella “lista nera” dell’Ue né sulla messa al bando totale del commercio con gli insediamenti illegali della Cisgiordania occupata. Le parole di condanna per la decisione israeliana di occupare il 70% di Gaza o per i trattamenti degradanti di cui sono stati vittima gli attivisti della “Global Sumud Flotilla” non mancheranno. Ma per passare all’azione manca, per ora, la volontà politica: per colpire i ministri serve l’unanimità (che - tra veti e riserve di vari governi - ancora manca); per le misure sul commercio un’iniziativa da parte della Commissione. Entro metà luglio, secondo vari diplomatici, l’esecutivo Ue dovrebbe spiegare come intende muoversi, e anche se per disporre il divieto totale degli scambi con le colonie basterà la maggioranza qualificata degli Stati oppure servirà l’unanimità, ben più improbabile da raggiungere.  Non è tra i temi centrali, ma i leader si occuperanno brevemente anche di lotta al traffico di droga, pochi giorni dopo la pubblicazione di un nuovo report che fotografa una crescita preoccupante del consumo di sostanze stupefacenti, in particolare sintetiche. E si prevede daranno il loro benestare politico alla creazione di un nuovo regime di sanzioni che prenda di mira i cartelli internazionali della droga.

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