Addio a Berruti, il ragazzo d'oro che fece l'impresa

Di lui si innamorò l'Italia ai Giochi di Roma del 1960, quando vinse i 200 metri di atletica. Al nostro giornale disse: «Dopo la cerimonia di chiusura, la gente non voleva andarsene. Sarebbe rimasta lì per sempre. Aveva vinto l'umanità dello sport»
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August 10, 2026
Addio a Berruti, il ragazzo d'oro che fece l'impresa
Livio Berruti nello sprint vincente dei 200 metri alle Olimpiadi del 1960 a Roma / Archivio Ansa
In questo agosto di caldo infernale si è spenta anche la fiaccola olimpica di Livio Berruti. Il ragazzo che correva con gli occhiali, il fidanzatino dello sport italiano esploso alle Olimpiadi più umane e più vere di sempre, i Giochi di Roma 1960, arrivato al traguardo degli 87 anni è volato via. Un pomeriggio di qualche anno fa andai a trovarlo nella sua casa torinese. Da lì, da sotto la Mole, a 21 anni lo studente di Chimica Livio Berruti partì marciando convinto su Roma dove lo aspettava il secondo tempo della dolce vita.
Oro nei 200 per Berruti con un segno di pace che si materializzò sulla pista dello Stadio OIimpico inaugurato per i Giochi. Un segno inequivocabile proprio lì a due passi dal Cupolone di San Pietro: «Al traguardo incrociai il volo di una colomba. Un'immagine quasi digitale che ho stampato nella memoria. Così come l'impresa a piedi nudi del "soldatino" etiope Bikila che rimane anche il mio più grande rimpianto.... Perché? Da modesto mezzofondista quale ero allora, la maratona era la gara olimpica alla quale più di ogni altra desideravo assistere e invece rimasi intruppato nel traffico di Roma. Bloccato dalla polizia, quando arrivai al traguardo, Bikila aveva vinto l'oro da un pezzo». Un flusso di ricordi. Un fiume in piena quel pomeriggio in cui con Berruti rivivemmo le immagini in bianco e nero di quello scenario olimpico della Roma antica.
«Al di là dell'umanità forte che si respirava in quella Roma romantica, cinematografica, piena di set naturali: Via Appia, il Colosseo, le Terme di Caracalla... Ci sono tre immagini che danno il senso della profonda eticità di quei Giochi. Gli atleti delle due Germanie non ancora divise dal Muro di Berlino. In un'epoca di forti tensioni razziste negli Stati Uniti, il portabandiera della squadra americana, Rafer Johnson, era un atleta di colore, così come quello che a Roma diventò il "re del pugilato", Cassius Clay poi convertito all’Islam e diventato Muhammad Ali». Mancava la terza immagine. «Beh, fu quella della cerimonia di chiusura. La fiaccola continuò a rimanere simbolicamente accesa sugli spalti dello stadio Olimpico, con i "focaracci" fatti con i giornali. La gente sembrava volere rimanere lì per sempre. A Tokyo, quattro anni dopo al pubblico avevano distribuito le lampadine a pila. Senza accorgercene eravamo già entrati nell'era tecnologica».
Berruti, da gran signore di questa era multimediale sperava di tornare a Roma come tedoforo di quei Giochi estivi del 2024 che invece poi se li è presi Parigi. Dovette accontentarsi di assistere alle Olimpiadi a km 0, quelle Invernali di Torino 2006. «A Torino fu più facile ottenerle, specie dopo che Atene aveva bruciato Roma per le Olimpiadi del 2004. Si trattò di un debito saldato e poi la concorrenza più forte allora era rimasta Sion. Torino però rimane un punto di partenza di cui fregiarsi dinanzi al Cio, al quale abbiamo dimostrato che è possibile organizzare Giochi invernali in aree metropolitane. Vancouver ci è subito venuta dietro». Parole profetiche allora, specie nell’anno che ha visto il grande successo dei Giochi di Milano Cortina 2026. Ma questo è anche l’anno che ci porta via quel ragazzo che fece sognare un Paese in pieno boom economico. La freschezza di quel volto acqua e sapone, unita alla velocità di gamba e di pensiero del giovane universitario incarnavano l’ascesa di un’Italia nuova e vincente.
Un’Italia che il prode Livio ha tanto amato e difeso anche nei giorni peggiori del malgoverno e della politica confusionaria: «Il Paese reale io lo ritrovo nei pescatori di Lampedusa che si tuffano in mare per salvare dei poveri migranti che stavano annegando. Questi sono i riflessi dell'Italia che al Cio posso assicurare vedono ed apprezzano, moltissimo». Così come lui da sempre apprezzava e seguiva lo sport femminile italiano associandosi al pensiero del suo massimo cantore, lo scriba dello sport Gianni Brera. «Lo sport di questo Paese sarebbe diventato davvero grande quando avrebbero cominciato a vincere anche le donne. Questo me lo diceva Brera tanti anni fa. Oggi lo sport italiano femminile è all'avanguardia. Aveva ragione Gianni ma io di questo ero già convinto fin dai tempi di Roma 1960».

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