Agorà

La storia. Sister volley, la suora oltre la rete

Massimiliano Castellani venerdì 27 dicembre 2013
Ci sono quattro suore che, pallone da volley in mano, “danzano”, su e giù, per il parquet di un palazzetto dello sport affollato dalla meglio gioventù femminile del Novarese. Non è una scena di Sister Act, ma una normale giornata di allenamenti nei due laboratori pallavolistici dell’AGIL-Igor Gorgonzola Volley: il palazzetto di Trecate e quello di Novara. Nel primo, a Trecate, comune di 20mila abitanti, trent’anni fa è nata l’AGIL, realtà assolutamente unica nel panorama sportivo nazionale - e non solo -, dove operano stabilmente suor Monica Loro, suor Barbara Bertoni e suor Lorena Garau. All’ex Sporting, il palazzetto del Centro Sportivo Terdoppio di Novara, invece scende quotidianamente a controllare le sue ragazze della squadra che milita nel campionato di A1, suor Giovanna Saporiti, meglio nota come “la Presidente”. Avete capito bene, una suora al vertice di una società professionistica di pallavolo e ben quattro che sovrintendono all’attività organizzativa e agonistica di oltre 200 ragazze che compongono le relative formazioni che vanno dal minivolley al campionato di B2. Tante sono le tesserate del prezioso serbatoio giovanile di Trecate, sorto per "Divina Provvidenza" e la volontà delle sorelle dell’ordine delle Ministre della Carità di San Vincenzo De’ Paoli. Suor Giovanna, suor “Giò” per tutti, è entrata in comunità che aveva vent’anni e quell’estate del 1983, nel dubbio, optò per la "terza via". «C’era da decidere, se utilizzare un nostro terreno incolto per costruire una casa di cura per anziani o una comunità per il recupero dei tossicodipendenti, oppure un centro sportivo che funzionasse da punto di aggregazione per i giovani. Ha vinto lo sport, ed è nata la squadra di pallavolo di Trecate...». L’hanno chiamata AGIL «che è l’acronimo di Amicizia, Gioia, Impegno e Lealtà», spiega suor Giovanna, che al mattino indossa regolarmente l’abito di suora per le incombenze della comunità, la gestione di un asilo nido e una scuola materna nella sede di Novara. Al pomeriggio invece, in jeans e piumino, fa la spola in auto tra Trecate e Novara, 18 km andata e ritorno, per seguire le giovanili  e poi tornare  a stare vicina alla squadra allenata dal coach Luciano Pedullà. «Però il primo coach dell’AGIL fu una “sorella” - dice divertita -. È stata suor Milena Bertini, che all’epoca insegnava educazione fisica, poi a 36 anni è entrata in comunità ed ora è la nostra madre generale». La prima squadra allenata da suor Milena era di puro stampo oratoriale, composta da non più di 5-6 tra ragazze-madri e giovani in difficoltà che avevano trovato rifugio nell’Istituto di Trecate. «Siamo partiti dai tornei della Polisportiva salesiana e dall’89 è cominciata la scalata: dalla Terza divisione fino a quella meta che allora ci sembrava irraggiungibile, la Serie A1». Alla vetta del professionismo l’AGIL c’è arrivata nella stagione 2000-2001. Promozione storica e conquista della Coppa Italia (la Tally Cup) sotto la guida sapiente, ieri come oggi, di Pedullà. «Il palazzetto di Trecate non era omologato per l’A1 e così ci trasferimmo qui a Novara con la sponsorizzazione di Asystel. Al primo anno sfiorammo subito lo scudetto. Incredibile...», ricorda orgogliosa e con un pizzico di rimpianto suor Giovanna. Secondo posto, dietro alla corazzata Foppapedretti Bergamo e la storia si ripete anche la stagione successiva, con le ragazze dell’Asystel passate sotto la cura della guru cinese, Jenny Lang Ping. «Jenny rappresenta l’essenza della pallavolo femminile. Con lei in panchina abbiamo vinto anche la Coppa Cev. Eravamo arrivati in "paradiso", vicecampioni d’Italia, quattro ragazze convocate in Nazionale (la Azzanello, Cardullo, Viganò e Calloni), ma per qualcuno stavamo diventando un peso, e io una presenza fin troppo scomoda... Così ci siamo separati dall’Asystel e addio Serie A1». Il momento più difficile per l’AGIL e per la sua madre-fondatrice. «Se davvero non fossi, come dicono, una persona forte, quello è stato un periodo in cui sarei potuta cadere in depressione. Ho pianto e sofferto perché in un attimo ho visto sfumare il lavoro duro e appassionato di vent’anni. Ma lo sport dopo ogni sconfitta insegna a rialzarsi, ti dà la direzione per riprendere in mano la tua vita e se ci credi fino in fondo la rinascita può renderti ancora più forte. Questa è la lezione più importante che ho appreso dalla pallavolo e che continuo a trasmettere ogni giorno alle nostre ragazze».Dieci anni fa dunque, fine del sogno e ripartenza dai palazzetti dell’anonimato pallavolistico. Dieci anni dopo, il sogno ricomincia: l’Asystel abbandona e Novara di colpo resta senza la Serie A. Un vuoto inaccettabile per una capitale storica del volley rosa. «Venivamo da una promozione in B1 quando un giorno la Banca Popolare di Novara ci chiama proponendoci di rientrare direttamente dalla A1, perché i soldi e gli sponsor - dicono - ci sono. Accettiamo, ma per esperienza, chiedo di non fare il salto più lungo della gamba e di ripartire dalla A2». Rilevato il titolo sportivo del Busnago, sarà promozione immediata per l’AGIL che sotto il marchio Igor Gorgonzola ritorna in punta di piedi nella massima serie. Solita gestione oculata: «Perché la crisi si sente eccome - denuncia suor Giovanna -. Il nostro campionato è passato da 14 a 11 squadre, gli stipendi hanno subìto tagli del 50% e di conseguenza il livello tecnico negli ultimi dieci anni è sceso notevolmente. I talenti fuggono dall’Italia, si sistemano in Turchia, in Russia, a Baku in Azerbaigian, dove gli ingaggi arrivano anche a 300-400mila euro l’anno. Da noi, una pallavolista di alto livello ormai non prende neppure la metà». Più povere, ma comunque belle e felici di esserci e di vivere in questo club speciale. A cominciare dalla capitana, la "bilaureata" Stefania Rosso che sottorete trascina un gruppo per metà composto da straniere: l’americana Harms, la croata Milos, la ceka Vanzurova, la tedesca Mollers, la polacca Tokarska e la sudcoreana naturalizzata italiana Mi-Na Kim che è "figlia d’arte", suo padre è stato il grande palleggiatore Ho-Chul Kim. «Sorelle laiche in schiacciata, grintose e caricate a dovere dall’entusiasmo inesauribile di suor Giò. «Come dice mia madre: “La tua, Giovanna, è una malattia”. È la verità. Vivo la partita con la stessa foga dei tifosi in tribuna, mi agito, scalpito... E nello spogliatoio quando serve alzo la voce. Come ad Urbino: dopo la sconfitta (che è costatata il posto all’allenatore: il terzo in trent’anni, il calcio prenda nota, ndr) sono entrata un po’ alterata e ho chiesto: «Ma allora ragazze, mi spiegate cosa vi sta succedendo?». Le sue strigliate funzionano quasi sempre: vittoria immediata la settimana seguente a Modena. E dopo il successo nel derby con l’Ornavasso, la classifica è tornata a sorridere all’AGIL. «Per chi è partito senza soldi e con l’unica ricchezza rappresentata dall’amore per la pallavolo, questi risultati sono l’ulteriore conferma della grandezza del Signore che io considero il Nostro "settimo in campo". Perciò, non possiamo certo dire che non abbiamo santi in paradiso...». Sorride "la Presidente", convinta che le ragioni di questo miracolo sportivo risiedano nei valori profondi incarnati dall’acronimo AGIL. «L’Amicizia: tutto è nato e dura ancora per il gusto della condivisione per qualcosa di sano e pulito come lo sport. Gioia, è quella che cerco di comunicare da sempre dal mio ruolo, che non è certo quello del classico presidente di una società. E personalmente provo una gioia immensa nell’accorgermi che, nel tempo, sono diventata un punto di riferimento per le ragazze che mi cercano per confrontarsi non solo riguardo ai problemi tecnici, ma soprattutto per quelli di tutti i giorni. L’Impegno, è stato cercare di mantenere un ambiente genuino e sereno, in cui si gioca per divertirci e divertire il pubblico che ci segue - media di 2mila presenze -. Infine la Lealtà: l’ossigeno vitale che si respira sempre ed ovunque nel volley, in cui tutto inizia e finisce nell’arco della partita». E dove si gioca perfino nel giorno di festa: la Serie A1 non si è fermata neanche ieri, a Santo Stefano. «Trovo che non sia giusto . La Federazione dovrebbe modificare i calendari perché la settimana del Natale, come quella di Pasqua, è sacra, e sarebbe opportuno trascorrerla tutti in famiglia. Ma questo mi dicono, è il prezzo che si deve pagare quando si fa parte dello sport professionistico…».