Sociale o non sociale, questo รจ il problema

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April 4, 2024
รˆdalla piรน nobile antichitร  classica, quella filosofica, che ci viene la definizione dellโ€™uomo come animale politico, o piรน precisamente sociale. Ma di che cosa รจ fatta la nostra attuale socialitร ? Come possono le nostre societร  esistere, essere soddisfacenti, buone e giuste, senza uno spirito di socialitร ? Senza la nostra individuale capacitร  di contatto e di esperienza sociale, la socialitร  si impoverisce, umanamente deperisce e a volte si annulla creando pericoli e rischi. Non cโ€™รจ socialitร  senza il rapporto che ognuno ha con la presenza reale degli altri. Ma รจ proprio una tale presenza reale che i social media hanno reso sempre meno reale perchรฉ tecnicamente riduttiva, asettica, meccanica, distanziata. Lโ€™onnipresenza quotidiana delle mediazioni comunicative di tipo tecnico sembra che ormai tenda a creare una forma di fobia dellโ€™altro in quanto reale presenza. La comunicazione โ€œda remotoโ€ trasforma gli altri in ombre, in entitร  incorporee che occupano un display per sparire subito dopo. Una comunicazione tecnicamente svuotata di prossimitร  e concretezza rende il prossimo lontano e astratto. Nellโ€™ultimo numero di Internazionale leggo un articolo uscito sul โ€œFinancial Timesโ€ che prova a porre in termini estremi il problema del nostro contraddittorio rapporto con i social: ยซanche se tutti ci lamentiamo dei social, continuiamo a usarliยป. Si tratta di qualcosa a metร  strada tra la necessitร  pratica e il vizio. Si puรฒ anche sapere e pensare che i social fanno male, eppure senza di loro si teme di non riuscire piรน a vivere o di vivere peggio. Se si evita di connettersi ci si sente โ€œtagliati fuoriโ€. A una vera socialitร  si sostituisce una connessione da smartphone. รˆ una specie di โ€œtrappola collettivaโ€ che ha avuto dei precedenti nellโ€™uso dellโ€™automobile e del televisore. Dopo esserci trasformati in automobilisti e telespettatori, siamo diventati telefonisti coatti. Mi chiedo tuttavia se il problema non sia piรน ampio e radicale. Da un lato sembra che ogni societร  con i suoi usi, costumi, abitudini e tecniche imponga il suo tipo di socialitร ; ma dโ€™altro lato sembra anche che il popolo stesso voglia sottomettersi, si lasci sedurre da una โ€œservitรน volontariaโ€, come suggerรฌ secoli fa Etienne de la Boetie, grande amico di Montaigne. Se siamo tanto spesso meno liberi di quanto potremmo essere, รจ perchรฉ vogliamo o preferiamo โ€œessere come tuttiโ€. Ubbidiamo alle mode collettive. Le nuove tecniche hanno in questo le loro responsabilitร . Ma se ne abusiamo รจ solo per conformismo. Essere anche solo un poโ€™ diversi dagli altri ci fa una paura sproporzionata. Anche nelle societร  che si credono libere agiscono forme occulte, inavvertite di coercizione. Fra queste cโ€™รจ unโ€™oscura passione di ubbidire a ordini che nessuno ha dato. Erich Fromm, studiando la societร  americana dopo essere fuggito dalla Germania conquistata da Hitler, chiamรฒ questo โ€œfuga dalla libertร โ€ di individui che si credono liberi e di โ€œpatologia della normalitร โ€. ยฉ riproduzione riservata

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