Discepoli
di quel
«resta
con me»

III Domenica di Pasqua-Anno A
April 15, 2026
Ed ecco, in quello stesso giorno due dei discepoli erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. [...] Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, ed essi narrarono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Del sogno spezzato, del progetto fallito, delle speranze crollate nel giro di poche ore: di questo parlavano quei due discepoli lungo la strada. Potevano essere undici chilometri di lamenti, di recriminazioni, di commiserato vittimismo, a testa bassa e sandali polverosi, ad occhi spenti e cuore pesante. A raccontarsi la loro versione dei fatti, a ripetersi ognuno la propria delusione, a vedere il tutto con lo sguardo degli sconfitti. Dio si affianca: adatta il suo passo al passo di quei due, cammina con loro, ascolta, lascia che tirino fuori i macigni che hanno dentro. Non spinge, non trascina il nostro Dio: misura il suo passo sui nostri. Non rimprovera, non corregge subito le visioni distorte, ma ascolta attento, silenzioso, discreto. Comincia là, su una strada, l’avventura tra Dio e l’uomo, comincia là la nostra fede, quando Lui si mette vicino e ci insegna a vedere le cose, la vita, in altro modo, aprendo orizzonti che credevamo chiusi, dando aria e luce a ciò che sembrava spento e concluso per sempre, come una sconfitta, come un crollo. Comincia con quel desiderio di stare ancora un po’ insieme, di continuare a provare quel calore che scioglie il gelo di dentro, che regala un respiro più profondo, più libero. Non impone la sua presenza questo Dio, finge di andarsene per sentirsi dire «Resta con me»: parole di innamorati, parole di amanti. Ma anche le stesse parole che dice il bambino alla mamma al momento di spegnere la luce e addormentarsi: «Non andar via, resta con me. Con te accanto non ho più paura». Ancora non sapevano, quei due, chi fosse quel compagno inaspettato, mica se lo aspettavano che il loro Gesù fosse un viandante impolverato come loro: allo spezzare del pane, nel gesto quotidiano fatto a tavola lo riconoscono. Dal più semplice e normale dei gesti lo vedono e capiscono. Non c’è stato bisogno di nessun miracolo, di nessun discorso solenne, di nessun rituale sofisticato: basta sedersi a tavola e condividere il pane. Prima il cuore bruciava, ora gli occhi si aprono. È forse questo il cammino della fede: un cuore che dapprima si riscalda e che solo dopo ti consente di capire questo Dio non invadente. È tutta una questione di cuore, di battiti accelerati, di una vita che riprende a scorrere.
(Letture: At 2,14.22-33; Sal 15; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35)

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