La mediazione come pratica democratica. Ancora viva la lezione di Marini

Domani in Senato la presentazione del nuovo libro di Giorgio Merlo. La prefazione di Fumarola: «Senza culture politiche e corpi intermedi, la democrazia si indebolisce»
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June 24, 2026
La mediazione come pratica democratica. Ancora viva la lezione di Marini
Franco Marini mentre lascia la direzione del Pd a Roma, 16 Gennaio 2015 / Ansa
C’è un passaggio della prefazione di Daniela Fumarola al nuovo libro di Giorgio Merlo, “Il cattolicesimo sociale, la Cisl, Franco Marini” (Edizioni Lavoro), che coglie con precisione uno dei nodi più trascurati del dibattito pubblico contemporaneo: «Senza culture politiche, senza corpi intermedi, senza una solida infrastruttura sociale, la democrazia si indebolisce».
Non è una citazione nostalgica. È un richiamo all’attualità. Domani in Senato il volume sarà presentato alla presenza dell’autore, di Fausto Bertinotti, di Agostino Giovagnoli, del senatore Dario Franceschini e della stessa Fumarola, segretaria generale della Cisl. Un appuntamento che rimette al centro una domanda che attraversa la politica italiana da almeno vent’anni: chi rappresenta oggi il lavoro e quale spazio resta per la mediazione sociale? Merlo sceglie di affrontare la questione attraverso la figura di Marini. Non soltanto il leader che guidò la Cisl in una stagione decisiva per le relazioni industriali, ma il protagonista di una cultura politica che aveva come punti cardinali la mediazione, la responsabilità e l’autonomia. È proprio su questo aspetto che insiste Fumarola: definisce il cattolicesimo sociale «una tradizione viva, capace ancora oggi di offrire criteri, metodo e responsabilità per le trasformazioni profonde» che viviamo. Non una identità chiusa o una testimonianza residuale, ma una cultura politica fondata sulla centralità della persona, sul bene comune e sul riformismo concreto.
Il tema è particolarmente rilevante in un’epoca segnata dalla crisi delle appartenenze collettive e dalla crescente personalizzazione della politica. La lunga stagione della disintermediazione ha prodotto leadership più immediate e una comunicazione più rapida, ma ha anche indebolito quei luoghi di partecipazione che rappresentavano il tessuto connettivo della democrazia italiana.
Per questo assume un significato particolare un altro passaggio della prefazione, quando Fumarola sostiene che «la qualità della democrazia passa dalla riscoperta e dal rilancio del ruolo del sindacato e, più in generale, dei corpi intermedi». È una tesi che difficilmente può essere liquidata come conservatrice. Le grandi transizioni che segnano il lavoro – dall’intelligenza artificiale alla riconversione ecologica, dalle nuove competenze alle forme di precarietà – pongono infatti un problema di rappresentanza che nessuna piattaforma digitale è riuscita finora a risolvere.
Nella ricostruzione di Merlo, Franco Marini appare come il simbolo di un sindacato «forte perché autonomo». Un’autonomia che non coincide con la neutralità, né con l’equidistanza: significa poter sostenere o contestare le scelte dei governi sulla base del merito delle decisioni e non delle convenienze politiche. È questa la lezione più interessante del volume: in una fase di confronto pubblico ridotto spesso a contrapposizione permanente, richiama il valore della mediazione come pratica democratica. Non compromesso al ribasso, ma costruzione di soluzioni condivise. E la partecipazione come antidoto al leaderismo. Il merito del libro sta proprio qui: nel ricordare che alcune parole considerate fuori moda – autonomia, partecipazione, responsabilità, patto sociale – possono ancora offrire strumenti utili per il presente. E che la storia di Marini continua a interrogare una democrazia sempre più fragile quando rinuncia ai suoi luoghi di mediazione.

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