Effetti della vittoria di Mahmood. Che c'entrano avvelenati e sinistrati?
martedì 12 febbraio 2019

Fuori la politica da Sanremo! L’abbiamo scritto e cantato su queste pagine, forse anche più forte di Claudio Baglioni, prima, durante e dopo il Festival, ma non è servito. Ci sono urlatori innati, inquinatori dell’etere diventati passerotti che non vanno mai via, dalla Rete. Specie i cinguettatori virtuali (apostoli dell’imperioso Twitter) che hanno il potere di dividere un Paese e di trasformare in una questione di Stato anche la vittoria di Mahmood. Da buoni cristiani noi stiamo sempre dalla parte degli ultimi. E al Festival di Sanremo all’annuncio della triade vincente (Mahmood-Il Volo- Ultimo) confessiamo che noi stavamo... con Ultimo.

Anzi no, non stavamo con nessuno, a differenza della giuria d’onore che ha esultato (tranne il re del food Bastianich che pensava a Masterchef) come se avesse assistito al ritorno al governo del vecchio Pd, generando ovviamente il Festival della dietrologia e dei misteri all’italiana. Stoppiamo il televoto delle idiozie. E fermiamo soprattutto l’assurdo partigianato intorno alla musica leggera. Secondo il disegno baglioniano, a Sanremo 2019 avrebbe dovuto vincere l’armonia e il discorso musicale, lasciando fuori dall’Ariston la politica, specie quella becera e scissionista: al bando slogan populisti e discorsi da bar, come quelli su migranti e immigrati che avevano avvelenato la vigilia. Obiettivo quasi raggiunto, quello di una rassegna fatta soltanto di musica e parole (risate, quest’anno, meno), sfumato proprio sul più bello con la proclamazione del vincitore.

A quel punto il peggio dell’italiano vero, tenuto in ostaggio da tanti piccoli grandi manipolatori (politicizzati) del pensiero debole (sono solo canzonette...) ha avuto il sopravvento. Con un colpetto di comica magia alla Mago Forest, qualcuno o qualcosa avrebbe cambiato le carte in tavola, sovvertendo addirittura il voto popolare. Il pur discutibilissimo televoto (sul cui uso e abuso invitiamo a consultare quei santoni del virtuale chiamati 'paraguru') aveva decretato il successo schiacciante di Ultimo con il 46,5% delle preferenze contro il 14% del super outsider Mahmood che alla fine – sorpassando – si è portato a casa il 69° leoncino d’oro sotto la palma. A quel punto, chi era lì come noi è davvero caduto dalla palma. La musica è finita sul serio, ma gli amici o i presunti tali di Mahmood non se ne sono andati per niente: sono rimasti lì a Sanremo a festeggiare.

È innegabile che il ribaltone pro-Mahmood lasci perplessi. Alla prima sera, quasi nessuno avrebbe puntato un euro sul ragazzone del Gratosoglio – periferia di Milano –, ma a Sanremo hanno già vinto le meteore Jalisse e anche le scimmie che ballano con Gabbani. Quindi, almanacco aggiornato e pagina archiviata. Più dura invece cancellare la pagina nera di questo Festival scritta da quelli che non hanno accettato il verdetto e l’hanno buttata in mediocritas, in politichese, per sbottare nell’insulto razzista: «Non può vincere l’arabo a Sanremo», «è il trionfo di Maometto». È il controfestival orchestrato dal Paese surreale, composto da una maggioranza 'ultrà'. Un 'Quarto Stato' che Pellizza da Volpedo oggi dipingerebbe mettendo in prima linea massaie smartphonizzate e colletti bianchi di Montecitorio che vomitano veleno contro Mahmood. Dall’altra parte, una sinistra alquanto sinistrata – a Sanremo in mano a una giuria d’onore infarcita di 'radical choc' – oppone una difesa così piccola e fragile: si illude che la vittoria di Mahmood sia un duro colpo inferto al leader del «no-migranti» Matteo Salvini e al suo esercito di militi mediatici, attivi h24. Per noi che, ingenui – forse minoranza –, crediamo ancora che Sanremo sia soltanto l’unica messa laica della canzone italiana, quella di Mahmood è l’ennesima vittoria di uno nato ai bordi di periferia (come Eros Ramazzotti, come Ultimo) e che, senza Soldi, ce l’ha fatta lo stesso ad arrivare. Perché ha talento e canta a un’Italia che è di tutti, come la musica.

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