L'enciclica. Il mondo è un ecosistema, la responsabilità è globale


Giacomo Costa SJ* sabato 20 giugno 2015
​«Legami invisibili fra tutti gli esseri dell'universo»

La prima lettura della Laudato si’ inevitabilmente si focalizza sui tanti temi che la nuova enciclica tocca e sui tanti spunti che offre, dai cambiamenti climatici agli Ogm, dal diritto all’acqua alla perdita di biodiversità, dal sovraffollamento dei trasporti pubblici ai consigli per una vita quotidiana più sostenibile. Piano piano, al passare delle ore, quando si riprende in mano il testo, emerge invece la prospettiva focale che dà unità a un’enciclica che è lunga e articolata, ma tutt’altro che frammentaria: l’ecologia integrale. Papa Francesco assume il termine 'ecologia' non nel significato comune e spesso superficiale di una qualche preoccupazione 'verde', ma in quello ben più profondo di uno sguardo sistemico che mette in primo piano le relazioni delle parti tra loro e con il tutto: 'Tutto è connesso', 'Tutto è in relazione', ripete continuamente. Il mondo è un ecosistema e non si può agire su una parte senza che le altre ne risentano. Questo approccio è il passo avanti che la Laudato si’ consegna a tutti coloro che la leggono, credenti e non credenti. L’ecologia integrale ci chiede di cercare che cosa tiene uniti fenomeni che spesso sono concepiti come separati, a partire dalla giustizia sociale e dall’ambiente: «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» (139). Se ci chiede la fatica della complessità, questo approccio consente di integrare discipline (scienze esatte, sociali e umane, filosofia e teologia, politica ed economia, ecc.), professionalità (scienziati e tecnici, ricercatori e insegnanti, operatori sociali e funzionari pubblici, imprenditori e politici) e dimensioni della persona (spirituale, professionale, intellettuale, affettiva, religiosa) che il mondo frantumato ci abitua a isolare.  Appare così evidente il legame profondo che unisce le grandi questioni ambientali globali alle piccole azioni quotidiane di difesa dell’ambiente e del territorio, come la raccolta differenziata o il risparmio energetico: non sono 'ascetici doveri verdi', ma atti d’amore che esprimono la nostra dignità e danno forma a una cultura ecologica. Questa «non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali [...]. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico» (111). Se la degradazione dell’ambiente e della società sono causati dalla mancanza di una visione integrale, allora la terapia per uscire «dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo sprofondando» (163) non può essere che il dialogo. Come papa Francesco stesso dice, la Chiesa non ha un catalogo di soluzioni da offrire o ancora meno da imporre. Piuttosto offre un metodo per elaborarle insieme, tanto a livello di politica internazionale, in vista di una governance dei beni comuni globali; quanto a livello nazionale e locale, nei processi decisionali ad esempio in merito a nuove iniziative e progetti di sviluppo. 

 

Per produrre frutti duraturi questo dialogo deve essere «onesto e trasparente», fondato sulla disponibilità a mettere sul tavolo tutte le informazioni disponibili; la trasparenza è anche il miglior antidoto contro la corruzione. Deve essere anche inclusivo, dando a tutte le parti in causa, specie ai più deboli, la possibilità di partecipare e di far sentire la propria voce. E infine deve integrare tutte le diverse prospettive: quelle scientifiche e tecniche, quelle economiche e sociali, ma anche quelle etiche e religiose. In questa linea, l’ecologia integrale si oppone a ogni genere di riduzionismo. È il caso della logica scientifica e tecnologica, che ha prodotto risultati straordinari di miglioramento della vita umana, ma quando cerca di imporsi come unico riferimento diventa tecnocrazia e «colpisce la vita umana e la società in tutte le loro dimensioni» (107).
 
Visioni altrettanto riduzioniste sono l’eccesso di antropocentrismo del mondo contemporaneo, che «continua a minare ogni riferimento a qualcosa di comune e ogni tentativo di rafforzare i legami sociali» (116), o le iniziative ecologiste troppo settoriali e parcellizzate: rinunciando ad assumere un’ottica sistemica, finiscono spesso per fare il gioco della logica tecnocratica a cui almeno nelle intenzioni contrastano. Entra qui in gioco un’altra linea di integrazione, quella tra l’approccio scientifico e lo sguardo contemplativo, capace di cogliere la realtà come mistero che non si può dominare, con una attenzione per la dignità e un sincero affetto per ogni creatura, anche la più apparentemente insignificante: di questo sguardo contemplativo san Francesco è indicato come modello. 
 
Questa consapevolezza di un legame affettivo con tutte le creature «non può essere disprezzata come un romanticismo irrazionale, perché influisce sulle scelte che determinano il nostro comportamento» (11). Se ci accostiamo alla natura senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, ci comporteremo sempre e solo da dominatori, da consumatori o da sfruttatori delle risorse naturali e delle altre persone, incapaci di sfuggire alla logica della massimizzazione del tornaconto individuale. In definitiva, assumere la prospettiva proposta dall’enciclica pone una domanda sul senso dell’esistenza e sui valori alla base della vita sociale: «Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi?»: se non ci poniamo queste domande di fondo – dice papa Francesco – «non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti» (160). 
 
Con la proposta di questa ecologia integrale, la Laudato si’

 

è un passo in avanti, emozionante, nella dinamica di attenzione alla realtà che da sempre struttura il percorso della dottrina sociale della Chiesa, a partire dalla Rerum novarum (1891) di Leone XIII, che di fronte alla rivoluzione industriale aveva affrontato la questione operaia nella chiave della giustizia sociale. Oggi papa Francesco ci sfida a un nuovo salto: non siamo solo membri della stessa famiglia umana, ma «essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile» (89). Di questo nuovo modo di guardare il mondo la Laudato si’ getta i primi semi, che attendono di germogliare e portare frutto, come papa Francesco stesso afferma: «Si attende ancora lo sviluppo di una nuova sintesi che superi le false dialettiche degli ultimi secoli. Lo stesso cristianesimo, mantenendosi fedele alla sua identità e al tesoro di verità che ha ricevuto da Gesù Cristo, sempre si ripensa e si riesprime nel dialogo con le nuove situazioni storiche, lasciando sbocciare così la sua perenne novità» (121).

 

*Direttore di Aggiornamenti Sociali
 

 

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