Sagrada Família
di Redazione Agorà
La sensazione è quella di guardare qualcosa che è lì, ma non è concluso, anzi continua. La Sagrada Família, l’opera alla quale Gaudí dedicò gran parte della sua vita, più che un monumento sembra una domanda aperta.

Sagrada Família
La sensazione è quella di guardare qualcosa che è lì, ma non è concluso, anzi continua. La Sagrada Família, l’opera alla quale Gaudí dedicò gran parte della sua vita, più che un monumento sembra una domanda aperta. Non è soltanto una delle architetture più riconoscibili del mondo, ma il simbolo di qualcosa che raramente celebriamo: l’incompiuto. Viviamo in un’epoca ossessionata dai risultati, dalla performance. Eppure molte cose nelle nostre vite restano sospese, affidate al tempo, alle generazioni, alla possibilità che qualcun altro ne raccolga il testimone. Non è un caso che l’idea dell’opera incompiuta stuzzichi anche la cultura popolare. In un episodio della celebre sitcom How I Met Your Mother, intitolato Unfinished, i sogni lasciati a metà vengono paragonati proprio alla Sagrada Família: progetti che attendono di essere ripresi, desideri che sembrano essersi fermati ma che, in realtà, lavorano e scavano dentro di noi. Una metafora potentissima. Gaudí sapeva che non avrebbe visto la conclusione del suo lavoro. Non lasciò un progetto, ma una direzione, un insieme di principi, una visione, come avesse compreso che certe costruzioni non appartengono interamente a chi le avvia, ma a chi le continua. È così che entriamo in ciò che sta ancora accadendo, in un organismo vivo dove molte forme nascono dalla natura, da una luce che attraversa gli spazi come materia in movimento, e perfino le scale delle torri richiamano forme naturali, dalla spirale della conchiglia al movimento rotatorio dei semi d’acero, a ricordarci che la vita stessa, spesso, non coincide con ciò che riusciamo a completare ma con ciò che…

Nel cantiere di un’opera aperta al tempo
di Alessandro Beltrami
Dentro, fuori e attorno la Sagrada Família è tutto un brulicare di persone. L’opus maximum di Gaudí cresce sotto gli occhi di tutti, e tutti all’insù. «Gaudí non ha lasciato un progetto in senso moderno, con piante, prospetti, sezioni e relazioni tecniche complete», spiega Alejandro Seoane. «Però ha lasciato un sistema di principi capace di garantire continuità. Sapendo che non avrebbe visto l’edificio compiuto, ha predisposto le condizioni perché il cantiere potesse proseguire dopo di lui in piena fedeltà. In questo quadro la tecnologia è una condizione di continuità. La Sagrada Família diventa così una stratigrafia della storia delle tecniche e della scienza delle costruzioni. Il tempio espiatorio appare come un centro di innovazione straordinario.
Un’architettura teologica al cuore della modernità
di Armand Puig i Tàrrech
La Sagrada Família è un’architettura teologica, e non in quanto risultato di una «scuola». Ma Gaudí è un teologo, come ogni buon credente che riflette sul mistero di Dio. La Sagrada Família è una chiesa confessante ed evangelizzatrice: invita a meditare il cuore della fede cristiana, la Trinità. Non bisogna però pensare a un Gaudí nostalgico. Ecco perché Gaudí è di enorme attualità: dopo 150 anni ci aiuta a proporre il mistero cristiano al mondo di oggi, anche a chi cristiano non è.
PERCORSI

Abitare il bene comune
Come si costruisce una democrazia? Anche attraverso gli spazi. Edifici pubblici, piazze e città a misura di pedone non sono solo scelte urbanistiche ma modi diversi di immaginare la partecipazione.
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Per un MetaMuseo della Scienza: il progetto dei Lincei
di Irene Baldriga
Con una lettera aperta ai ministri della Cultura, dell’Istruzione e dell’Università, l'Accademia romana ha lanciato una proposta strutturata per mettere in rete e valorizzare la galassia dispersa dei musei scientifici. Leggi l'articolo
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Luoghi dell'Infinito
Meyerowitz: «Morandi, sublime quotidiano»
di Luca Fiore
Il grande fotografo dedica un volume agli oggetti dello studio del pittore: «È stata come una meditazione. Nel tempo le cose cominciano a rivelare il loro spirito». Leggi l'articolo
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Nell'officina di Günter Grass
di Gianni Santamaria
Nuove acquisizioni d’archivio gettano luce sul processo di composizione de Il tamburo di latta, opera principale dello scrittore tedesco Günter Grass (1927-2015). Per tutta la sua opera, ma in particolare per quell’affresco della storia della Germania del Novecento fino all’avvento del nazismo, l’autore di Danzica ottenne il premio Nobel per la letteratura nel 1999. Grass scrisse l’opera a Parigi tra il 1956 e l’anno di pubblicazione, il 1959. Di recente l’Accademia delle arti di Berlino, che già conserva gran parte dell’archivio dello scrittore, ha annunciato di aver acquistato oltre 400 pagine dattiloscritte di Grass, che contengono versioni di 40 capitoli del romanzo, e 45 manoscritte. I documenti rappresentano nuove fonti a disposizione degli studiosi per il periodo parigino di Grass tra il 1956 e il 1960 e sulla genesi della Blechtrommel, questo il titolo originale dell’opera. Il corpus testuale contiene, tra l'altro, varianti del primo, famoso, capitolo del romanzo. Un diario di lavoro anch'esso sconosciuto, risalente all'epoca di Grass a Parigi, completa la serie degli anni 1958-1973. Un taccuino del 1957 contiene, tra l'altro, frammenti di una commedia Noch zehn Minuten bis Buffalo (“Ancora dieci minuti per Buffalo”) e appunti su Il tamburo di latta. Della raccolta fanno parte anche i 45 manoscritti, che comprendono alcuni poemi in parte inediti, pochi pezzi di prosa e bozze di drammi. L'insieme proviene dalla collezione del critico letterario britannico e studioso di Grass John Reddick, che finora non aveva condiviso il materiale con la comunità scientifica, né aveva scritto nulla su di esso. Ora lo ha offerto in vendita all’Accademia. Lo stesso scrittore, nel 1970, aveva chiesto a Reddick di ritirare i suoi scritti da Parigi. Grass gliene cedette una parte, mentre un'altra fu donata all'archivio letterario di Sulzbach-Rosenberg. L’acquisizione arriva in vista del centenario della nascita dello scrittore, che cadrà nel 2027.
Nuove acquisizioni d’archivio gettano luce sul processo di composizione de Il tamburo di latta, opera principale dello scrittore tedesco Günter Grass (1927-2015). Per tutta la sua opera, ma in particolare per quell’affresco della storia della Germania del Novecento fino all’avvento del nazismo, l’autore di Danzica ottenne il premio Nobel per la letteratura nel 1999. Grass scrisse l’opera a Parigi tra il 1956 e l’anno di pubblicazione, il 1959. Di recente l’Accademia delle arti di Berlino, che già conserva gran parte dell’archivio dello scrittore, ha annunciato di aver acquistato oltre 400 pagine dattiloscritte di Grass, che contengono versioni di 40 capitoli del romanzo, e 45 manoscritte. I documenti rappresentano nuove fonti a disposizione degli studiosi per il periodo parigino di Grass tra il 1956 e il 1960 e sulla genesi della Blechtrommel, questo il titolo originale dell’opera. Il corpus testuale contiene, tra l'altro, varianti del primo, famoso, capitolo del romanzo. Un diario di lavoro anch'esso sconosciuto, risalente all'epoca di Grass a Parigi, completa la serie degli anni 1958-1973. Un taccuino del 1957 contiene, tra l'altro, frammenti di una commedia Noch zehn Minuten bis Buffalo (“Ancora dieci minuti per Buffalo”) e appunti su Il tamburo di latta. Della raccolta fanno parte anche i 45 manoscritti, che comprendono alcuni poemi in parte inediti, pochi pezzi di prosa e bozze di drammi. L'insieme proviene dalla collezione del critico letterario britannico e studioso di Grass John Reddick, che finora non aveva condiviso il materiale con la comunità scientifica, né aveva scritto nulla su di esso. Ora lo ha offerto in vendita all’Accademia. Lo stesso scrittore, nel 1970, aveva chiesto a Reddick di ritirare i suoi scritti da Parigi. Grass gliene cedette una parte, mentre un'altra fu donata all'archivio letterario di Sulzbach-Rosenberg. L’acquisizione arriva in vista del centenario della nascita dello scrittore, che cadrà nel 2027.
👋 Alla prossima settimana!
— La redazione culturale di Avvenire con Edoardo Castagna, Alessandro Beltrami, Davide Re, Massimo Iondini, Gianni Santamaria, Antonio Giuliano ed Eugenio Giannetta
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