Mega

di Redazione Agorà
Quando il nostro inviato Alberto Caprotti è rientrato da un viaggio in Cina e ci ha descritto la sconfinata fabbrica automobilistica che ha visitato, abbiamo subito pensato di dare forma a un'idea che accarezzavamo già da qualche tempo: dedicare un numero di Gutenberg all'ipertrofia che caratterizza tanti aspetti del mondo contemporaneo.
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May 21, 2026
Mega
Una cartolina postale pubblicata nel 1909 dall’editore di San Francisco Edward H. Mitchell

MEGA

Quando il nostro inviato Alberto Caprotti è rientrato da un viaggio in Cina e ci ha descritto la sconfinata fabbrica automobilistica che ha visitato, abbiamo subito pensato di dare forma a un'idea che accarezzavamo già da qualche tempo: dedicare un numero di Gutenberg all'ipertrofia che caratterizza tanti aspetti del mondo contemporaneo. Così abbiamo chiesto al linguista Raffaele Simone di impostare il ragionamento a partire proprio dal lessico quotidiano, infarcito di iperboli più o meno a proposito, e dalle azioni che dall'uso di questo lessico derivano. Per allargare lo sguardo a qualche caso concreto, abbiamo poi coinvolto il sociologo Massimiliano Padula, che ci parlerà delle megachurch africane, e l'esperto di architettura Leonardo Servadio, che ci proporrà un viaggio attraverso le megacostruzioni. E, per chiudere, un racconto d'autore: Giovanni D'Alessandro ci porta nella Londra di T.S. Elliot, megalopoli dove l'uomo si sperde. Così, da uno spunto imprevisto e da qualche idea già in circolo nella redazione, nasce un numero di Gutenberg: e questa nuova newsletter ogni settimana cercherà di condividere con voi lettori il lavoro di un cantiere sempre aperto, mai definitivo e in costante aggiornamento. È il lavoro della redazione culturale di Avvenire, macchina in moto perpetuo tra le pagine quotidiane di Agorà, il settimanale Gutenberg e il mensile Luoghi dell'Infinito. E, da oggi, anche con Gut!: buon viaggio, assieme a noi.
Una cartolina postale pubblicata nel 1909 dall’editore di San Francisco Edward H. Mitchell
Una cartolina postale pubblicata nel 1909 dall’editore di San Francisco Edward H. Mitchell

Iperbole, urlo che falsa

di Raffaele Simone
Si sa che, quando si parla di sport, si usa spesso un linguaggio survoltato ed emozionale, ma attribuire un “pieno di amore” al pubblico in attesa di un match e descriverlo come “già in delirio” è certamente esagerato. I media forzano, soprattutto i titoli, per fare presa sul pubblico, perché si sa che le notizie “urlate” funzionano meglio di quelle smorzate. Tra questi, secondo Frei il più potente è il bisogno di espressività, che spinge a cercare formule specifiche, come l’iperbole o la metafora forte, per attirare l’attenzione e far presa sull’interlocutore. Questi frammenti del linguaggio di potenti bastano a mostrare che i toni iperbolici eccessivi possono nascondere un inganno, perché “creano mondi”, che spesso sono molto diversi da quelli veri.

L’eclissi della ciminiera: il Leviatano di Zhengzhou

di Alberto Caprotti
Il Ventunesimo secolo ha trovato la sua cattedrale a Zhengzhou. È la mega-fabbrica di Byd (Build Your Dreams), un complesso che non si limita a costruire sogni producendo automobili, ma esporta un nuovo paradigma di civiltà industriale. Il sito rappresenta lo zenit della produzione automobilistica contemporanea, un capolavoro di ingegneria dei processi che riduce lo spreco a zero. Tuttavia, Zhengzhou rimane un oggetto di riflessione profonda che va oltre lo stupore. Per l’Occidente, la domanda resta aperta: esiste un modo per produrre il futuro conservando l’umanesimo, o dovremo tutti, prima o poi, accettare di diventare cittadini di una megafactory per non essere cancellati dalla storia?

PERCORSI

Un abito da sposa esposto fuori da un negozio a Gaza, tra le macerie / Reuters / Mahmoud Issa
Un abito da sposa esposto fuori da un negozio a Gaza, tra le macerie / Reuters / Mahmoud Issa

Fare cultura nei teatri di guerra

In contesti segnati da conflitti, la cultura è uno spazio fragile ma decisivo di resistenza per esplorare il dissenso e la forza delle comunità che continuano a creare, educare e comunicare. Racconti in prima persona da Gaza e da Teheran.

Gutenberg 72

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📰 Leggere, rileggere

Agorà
di Gabriel Zuchtriegel
La storia non è qualcosa che appartiene solo al passato, ma esiste soprattutto nell’oggi, perché è nell’oggi che la ricordiamo e la interpretiamo. Leggi l'articolo
Luoghi dell'Infinito
di Roberto Mussapi
Non è vero che siamo nati per gravitare sulla terra. Il sogno di volare è sacro, ci dice che siamo del cielo. Meglio l’errore per eccesso d’amore che la bonaccia per assenza di anima. Leggi l'articolo

📰 In esclusiva per Gut!

Una scena di "The New Yorker at 100" / Netflix
Una scena di "The New Yorker at 100" / Netflix

"The New Yorker": come nasce una storia

di Eugenio Giannetta
Lo scorso anno, in occasione dei 100 anni del “New Yorker”, su Netflix è apparso (ed è ancora visibile) il documentario The New Yorker at 100. Il doc ripercorre la storia dell’iconico settimanale e mostra il dietro le quinte del lavoro editoriale, la cosiddetta “cucina”. Nel documentario, durante una riunione di redazione, qualcuno dice: «Credo che dovremmo scrivere un articolo su Koji Murata, l’inventore del primo satellite di legno». Sembra una battuta. In realtà è l’inizio di qualcosa. «Le storie – spiega la voce narrante – nascono sempre da una buona idea». O da un dettaglio. Il doc poi insiste su un altro aspetto: il giornalista musicale Kelefa Sanneh dice infatti che il suo «unico compito è essere interessante». E aggiunge: «Il lato positivo è avere lettori curiosi, disposti a seguirti». Poco dopo racconta quanto gli piaccia capire come scrivere di un argomento complesso. Di questo ha parlato anche il giornalista e scrittore Alessandro Zaccuri alla presentazione di “Gutenberg” al Salone del Libro, riguardo alla ricerca delle parole giuste: «Se devo dire “bene” scrivo “bene”, non cerco sinonimi per mostrare di conoscerli». Poi Richard Brody, critico cinematografico, spiega: «Non so mai cosa scriverò». E ritorniamo a Zaccuri: «Il giornalismo culturale nasce sempre da una pagina bianca». Nel documentario David Remnick, direttore del “New Yorker”, si domanda se quel giornale sia un miracolo. Forse non è un miracolo, ma certamente è un modello, perché mostra un metodo per selezione degli argomenti, capacità di orientarsi nel nostro tempo e tentativo di interpretare il presente, o anticipare il futuro. Infine, un aspetto che può sembrare minore ma non lo è. Uno dei redattori racconta che possiedono norme minuziose su punteggiatura, grafie e convenzioni editoriali. Alcune sono tradizione, altre potrebbero sembrare un po’ antiquate, ma rileggere, controllare un nome, evitare un’imprecisione, significa rispettare chi scrive e chi legge. Lo dice anche il critico Hilton Als: «In tutto si trova bellezza, se si osserva con attenzione». Vale come regola generale e anche in redazione.

👋 Alla prossima settimana!

— La redazione culturale di Avvenire con Edoardo Castagna, Alessandro Beltrami, Davide Re, Gianni Santamaria, Antonio Giuliano ed Eugenio Giannetta

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