Marylin. La ragazza del secolo
di Redazione Agorà
Il 1° giugno 1926 nasceva Marilyn Monroe. A cent’anni da quella data, ci siamo accorti che quel nome continua a riapparire nei "luoghi" più diversi della nostra cultura, come non avesse mai davvero smesso di abitare il nostro immaginario.

Marylin. La ragazza del secolo
Il 1° giugno 1926 nasceva Marilyn Monroe. A cent’anni da quella data, ci siamo accorti che quel nome continua a riapparire nei "luoghi" più diversi della nostra cultura, come non avesse mai davvero smesso di abitare il nostro immaginario. Nei film, nell’arte, nelle canzoni, nelle serie tv, nel modo stesso in cui continuiamo a raccontare successo, bellezza e fragilità. In occasione del centenario abbiamo perciò provato a guardare Marilyn non più solo come mito, ma come presenza che ancora ci interroga. Prima di tutto, la donna, poi l’immagine universale, il modello imitato, desiderato, discusso, continuamente riscritto. Una figura che sembra ancora costringerci a una scelta, come nella celebre scena di Mad Men in cui i pubblicitari di Madison Avenue parlano di “Marilyn o Jackie” come due idee di femminilità, due modi di stare nel mondo. Dietro tutto questo però c’è altro. C’è Norma Jeane, una donna che ha cercato di sfuggire al proprio personaggio e ci insegna ancora molto sul mondo dello star system. Lo ha intuito e raccontato anche un celebre verso di Brunori Sas – tratto dalla canzone Kurt Cobain – che dice: «Chiedilo a Marilyn, quanto l’apparenza inganna. E quanto ci si può sentire soli». Una canzone che riflette sulla fragilità umana dietro i personaggi famosi, chiedendosi come ci si senta a stare su un piedistallo, ma riflettendo anche su come il successo possa talvolta diventare una condanna. E poi c’è l’epoca che Marilyn ha incarnato, il sogno americano, le luci di Hollywood, l’inizio di una nuova fase del Novecento che avrebbe cambiato tutto per sempre. In questo numero proveremo a seguire questi percorsi, oscillando tra personaggio e persona, mito e contemporaneità, prezzo del successo e immortalità.

Il paradosso moderno dell’immagine
di Angela Calvini
Nel centenario della nascita di Marilyn Monroe, la sua figura continua a funzionare come esempio di modello culturale: non solo un’icona del Novecento, ma una matrice attraverso cui ancora oggi si leggono il rapporto tra corpo, immagine e potere nello spazio pubblico. Più che una persona, Marilyn è diventata una costruzione estetica e mediatica che ha ridefinito il concetto stesso di celebrità. Marilyn smette di essere solo un’attrice e diventa immagine prima ancora che persona. Il corpo della diva diventa superficie esposta allo sguardo collettivo, anticipando dinamiche che oggi riconosciamo nei red carpet e nella cultura delle celebrity globali. Questo meccanismo ha inciso profondamente sull’immaginario femminile quotidiano. Eppure, proprio questa potenza iconica contiene una contraddizione profonda. Questa tensione tra immagine e persona è centrale per comprendere la sua eredità.
E se l'altro volto fosse quello vero?
di Alessandro Zaccuri
Nell’estate del 1955 Eve Arnold cattura a Long Island il momento in cui Marilyn è sola con sé stessa, concentrata nella lettura. Vediamo una donna con i capelli biondi un po’ in disordine, forse con qualche traccia di trucco ancora sul volto. Indossa un costume da bagno intero a righe colorate, casto fino alla goffaggine. La donna legge, appunto. Legge Ulisse di James Joyce. Anche in questa immagine le gambe sono in primo piano, eppure, chissà perché, proprio non si riesce a farci caso.
PERCORSI

Abitare l'arcipelago social
Le interazioni digitali, prive di contesto e anonime, possono stimolare la creatività della parola. Ma anche portare a fenomeni che causano ferite agli altri. Urge educare a un uso cosciente.
Gutenberg 73

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📰 Leggere, rileggere
Agorà
Una rabdomante per i deliri di Himmler
di Gianni Santamaria
Consentino e Dodaro, muovendosi tra storia e finzione letteraria, raccontano l’incredibile vicenda della sensitiva Maria Mataloni. Leggi l'articolo
Luoghi dell'Infinito
di Eugenio Giannetta
Il fotografo realizza vedute zenitali con il drone: «Il volo non è una presa di distanza ma un’immersione. Senza l’uomo, l’immagine non è la stessa». Leggi l'articolo
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Perché l'America ha bisogno degli Ufo?
di Davide Re
Gli Stati Uniti non hanno mai davvero smesso di avere bisogno degli Ufo. Cambiano i presidenti, le tecnologie, le paure geopolitiche, ma l’idea che nel cielo possa esistere qualcosa di sconosciuto continua a riemergere ciclicamente nell’immaginario americano. È accaduto di nuovo in questi giorni con la pubblicazione da parte del Pentagono di una nuova tranche di 64 documenti declassificati sugli Uap — gli “Unidentified Anomalous Phenomena”, la nuova definizione ufficiale degli Ufo — voluta dall’amministrazione Trump. Dentro quei file ci sono video sgranati ripresi da sensori militari, sfere luminose vicino a elicotteri, oggetti che entrano ed escono dall’acqua accanto a un sottomarino, registrazioni delle missioni Apollo e perfino il racconto di un ufficiale dell’intelligence che descrive un incontro del 2025 con “sfere arancioni” osservate per oltre un’ora. «Eravamo praticamente senza parole», testimonia.
Ed è forse proprio questa frase il punto centrale. Non la prova dell’esistenza extraterrestre, ma il bisogno dello stupore. Perché l’America ha sempre trasformato gli Ufo in qualcosa di più di una semplice ipotesi scientifica. Da Roswell alla Guerra Fredda, dalla fiction X-Files fino ai dossier del Pentagono caricati online come fossero episodi di una serie streaming globale, gli Ufo raccontano soprattutto il rapporto degli Stati Uniti con il mistero, la frontiera e il potere. E il bisogno di verità assoluta. Gli Ufo diventano così l’ultima "wilderness" americana. Non è un caso che il fenomeno esploda proprio negli anni Cinquanta, nel pieno della corsa nucleare e della competizione tecnologica con l’Urss. Dietro i dischi volanti c’è sempre anche il timore che qualcuno possieda una tecnologia superiore e che sia un nemico. Ma oggi il tema è cambiato ancora. L’immaginario extraterrestre è entrato direttamente nella politica. Trump ha capito che il mistero mobilita attenzione, costruisce narrazione, crea comunità interpretative. E infatti la declassificazione dei dossier viene raccontata quasi come un gesto di trasparenza populista: il potere che finalmente rivela ciò che avrebbe nascosto per decenni. Il rischio però è evidente: trasformare un enigma autentico in una baracconata permanente. Perché il mistero degli Ufo tocca qualcosa di reale nell’animo umano. Non necessariamente l’esistenza di alieni, ma la percezione che il reale non sia completamente esaurito da ciò che comprendiamo. Gli astronauti Apollo che descrivevano “lucciole” nello spazio — poi spiegate dalla Nasa come frammenti di ghiaccio illuminati dal Sole — raccontavano anche questo: la fragilità percettiva dell’uomo davanti all’ignoto. Eppure proprio questa dimensione rischia oggi di essere soffocata dall’intrattenimento continuo. Video declassificati, clip virali, podcast cospirazionisti, influencer ufologici: tutto viene consumato con la velocità di TikTok. Il mistero non viene più contemplato, ma serializzato. L’America continua allora a produrre Ufo perché continua ad avere bisogno di una zona grigia tra fede, tecnologia e paura. Una civiltà profondamente razionale e insieme profondamente mistica. Capace di costruire i telescopi più avanzati del mondo e contemporaneamente di immaginare basi aliene nel deserto del Nevada. In fondo gli Ufo funzionano perché permettono agli Stati Uniti di raccontare ancora una volta la propria mitologia originaria: quella di un popolo convinto che oltre l’orizzonte esista sempre qualcosa di nuovo, inquietante e potenzialmente salvifico. Anche quando quell’orizzonte non è più la frontiera del West, ma altro.
👋 Alla prossima settimana!
— La redazione culturale di Avvenire con Edoardo Castagna, Alessandro Beltrami, Davide Re, Massimo Iondini, Gianni Santamaria, Antonio Giuliano ed Eugenio Giannetta
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