Netanyahu e i timori per il voto di ottobre: Israele sarà come una "super-Sparta"
di Luca Foschi
Nei tre mesi di campagna elettorale che condurranno il Paese al voto per la prima volta dal 7 ottobre, il premier vuole scommettere ancora una volta sulla domanda securitaria dell'elettorato. Ma l'incertezza sull'Iran, i recenti alti e bassi con gli Usa e la crescita nei sondaggi di Eisenkot, ex capo di Stato maggiore, rappresentano pesanti incognite per la sua strategia

Le battaglie di Israele «non sono mai finite. Se vuoi vivere in Medio Oriente, e nel mondo, devi essere molto forte», ha dichiarato in una recente intervista all’emittente filo-governativa Channel 14 il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il principio del conflitto perenne, sostanziato dall’ambiguità di difesa e offesa, ha rievocato l’ipotesi dello Stato ebraico come “super-Sparta” regionale, immagine utilizzata dal primo ministro nel settembre 2025 e subito consegnata all’archivio dei lapsus inopportuni. La guerra come destino, l’autarchia economica e militare come mezzo, venivano auspicate da Netanyahu mentre Gaza collassava sotto le bombe e agonizzava nella carestia.
Molto è accaduto da allora. Soprattutto, la volontà di potenza del primo ministro e dell’esecutivo più estremista della storia d’Israele si è rovesciata in un inatteso successo strategico dell’Iran, e in un diverso approccio al riordino regionale degli Stati Uniti, scottati dall’esito di una campagna che avrebbe dovuto rapidamente condurre al rovesciamento del regime di Teheran, e con esso all’estinzione dell’asse della resistenza sciita. «Li abbiamo molto indeboliti. Abbiamo ancora del lavoro da fare, dobbiamo occuparci di ciò che rimane dell’asse iraniano, e cogliere l’opportunità per gli accordi di pace», ha aggiunto Netanyahu su Channel 14, rivolgendosi al suo elettorato senza svelare i nomi dei sodali nel possibile processo negoziale.
Mentre i Paesi del Golfo e la Giordania pagano ossequiosi il dialogo balistico fra Teheran e Washington, continua, smorzata da due fragili iniziative diplomatiche, la guerra di Israele nel sud del Libano e a Gaza. Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha annunciato la pianificazione di tre colonie illegali nella Striscia e lo stanziamento di 400 milioni di dollari per espandere gli insediamenti in Cisgiordania, definiti «partner nella sicurezza» da Avi Bluth, generale responsabile per i Territori Occupati. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze con delega alle infrastrutture dell’Area C, ha stanziato circa 370 milioni di euro per la creazione di decine di nuovi avamposti. La decisione del governo è rimasta segreta per oltre un mese a causa della probabile opposizione degli Stati Uniti.
L’amministrazione Trump va tessendo con fatica la tela del nuovo equilibrio mediorientale, all’interno del quale il futuro Stato palestinese, su richiesta dei potentati regionali, è un elemento imprescindibile. In vista delle elezioni del 27 ottobre il governo Netanyahu vede così ridotte le opportunità per saziare, attraverso l’esasperazione dei conflitti aperti, l’ossessione securitaria dell’elettorato, la cui rabbia per il fallimento politico-militare del 7 ottobre è solo latente, sommersa da tre anni di furia bellicista. Le occasioni della super-Sparta israeliana sembrano dipendere dalla pazienza della super-Atene americana.
Secondo tutti gli ultimi sondaggi la coalizione guidata da Netanyahu si trova in lieve svantaggio rispetto a un’opposizione comunque incapace di raggiungere la maggioranza, almeno senza un accordo con i partiti arabi, che potrebbe arrivare a posteriori superando l’imbarazzo con la necessità. L’esecutivo ha deciso di compattare il proprio elettorato con l’approvazione in extremis di leggi controverse, a partire da quella che priva il procuratore generale, importantissima figura di garanzia, di qualsiasi potere nel limitare l’azione del governo. A suscitare la condanna dell’opposizione anche la legge che porterebbe alla politicizzazione dei media e quella che vieta l’arresto dei giovani ultraortodossi renitenti alla leva, tutelati dal provvedimento che rende lo studio della Torah un valore fondante dello Stato. Alla strutturale carenza di soldati, fortemente condannata dall’Idf, il governo ha risposto con l’estensione del periodo di leva per gli uomini, passata da 30 a 32 mesi.
Decisioni che sembrano andare a vantaggio di Gadi Eisenkot, da tutte le proiezioni descritto come il leader più votato dell’opposizione. Ex capo di Stato maggiore che ha visto morire nella guerra di Gaza un figlio e due nipoti, centrista, Eisenkot affianca alla linea dura sulla sicurezza il sostegno a una commissione di indagine indipendente sui fallimenti del 7 ottobre, difende con forza l’obbligatorietà universale del servizio di leva e l’intangibile indipendenza del sistema giudiziario. Un uomo capace di fare la guerra, o garantire la sicurezza, sperano molti israeliani, ma non per mascherare un fallimento, o evitare le aule di tribunale.
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