Inchiesta su sfruttamento dei lavoratori in Lombardia, indagato ad della moda
Andrea Dini, ad di Dama Spa, avrebbe secondo il pm Storari «assunto, impiegato e utilizzato» manodopera «approfittando dello stato di bisogno»
«Un giubbotto Carcoat reversibile che alla produzione costa euro 107 euro viene venduto a un prezzo di 1.945 euro. Il giubbotto Typhoon che alla produzione costa euro 74, viene venduto a un prezzo di euro 569». I conti risultano dagli ordini di lavorazione della società Dama spa trovati durante l’ispezione della Guardia di Finanza nell’opificio GMAX 365 S.r.l. di Garbagnate, in provincia di Milano. Ordini da cui si evincono «margini di margini di guadagno che vanno dal 95% all’87%». Il laboratorio tessile, secondo gli investigatori confeziona capi per il marchio Paul&Shark. Nell’ispezione del 22 ottobre scorso sono stati trovati trentuno lavoratori irregolari cinesi (senza documenti), che lavoravano a cottimo (20-30 euro al pezzo), cucinavano, dormivano e vivevano negli stessi spazi adibiti a laboratori, cucina e stanze, senza areazione, ma con un impianto di video sorveglianza. Altri 15 erano stati trovati in un’ispezione fatta due anni prima presso la M&G confezioni (stessa sede, altro nome), per un totale di 46 lavoranti (45 cinesi, un italiano). Di «estrema fatiscenza dei locali sotto il profilo igienico e della sicurezza» e di «profondo stato di degrado al di sotto del minimo etico» si parla nel decreto firmato dai pm Storari e Daniela Bartolucci che stabilisce controllo giudiziario d'urgenza della Dama spa, titolare del marchio Paul&Shark, guidata da Andrea Dini e dalla moglie del governatore lombardo, Roberta Dini (non indagata), che ne detiene il 10% attraverso la Divadue srl. La procura ha disposto il controllo giudiziario anche per la Alberto Aspesi, anch’essa in provincia di Varese e fondata dall’omonimo stilista. Sette in tutto gli indagati: oltre alle due società, per la responsabilità oggettiva, lo stesso Andrea Dini, Francesco Umile Chiappetta, l’Ad di Aspesi, e i tre titolari cinesi dell’opificio di Garbagnate, che devono rispondere di caporalato. Il pubblico ministero ha scelto di procedere d’urgenza, salvo poi attendere la convalida di un gip (entro dieci giorni). In generale «lo schema del meccanismo di sfruttamento prevede utilizzo e sfruttamento di manodopera irregolare e clandestina; transito, in molteplici casi, degli stessi soggetti irregolari da un opificio all’altro; presenza, in tutti i casi esaminati, del medesimo committente della produzione in sub appalto», con «i conduttori di fatto dei laboratori cinesi» che «reclutano connazionali stretti nella morsa della clandestinità».
Sempre in generale (si tratta dell’ottava inchiesta della procura sulla moda) la parte di responsabilità dei grandi marchi riguarda «una generalizzata carenza di modelli organizzativi e un sistema di audit fallace», ed è «indubbio che carenze organizzative e i mancati controlli agevolino (colposamente)», il caporalato in questo settore. In questo caso però i pm hanno contestato a Dama e Alberto Aspesi il caporalato diretto (e non la semplice agevolazione colposa) perché le società avrebbero accettato «lo sfruttamento dei lavoratori» in nero «come modalità di produzione». «Alla luce di quanto osservato in sede di perquisizione (con condizioni alloggiative al di sotto del minimo etico), della durata dei rapporti con gli opifici cinesi, del grado di compenetrazione tra questi ultimi e i brandi di moda, pare francamente difficile escludere il dolo delle figure apicali di Dama e spa e Alberto Aspesi spa», si spiega infatti nel decreto.
Ad essere contestata è in particolare una politica di impresa in cui sarebbero stati «effettuati costantemente audit e visite presso fornitori dove era in atto lo sfruttamento lavorativo e finalizzati solo alla verifica della qualità del prodotto rimanendo invece ciechi nei confronti di tutti gli aspetti inerenti la sicurezza sul lavoro». Quanto agli opifici «assumevano, impiegavano, utilizzavano i lavoratori in condizioni di sfruttamento approfittando del loro stato di bisogno (circostanza che viene contestata nell’accusa di caporalato, ndr). Senza rispetto per le norme sul lavoro, con gli operai sottoposti a sorveglianza, alloggiati in stanze dormitorio», si legge ancora nel provvedimento giudiziario. Dagli ulteriori accertamenti effettuati attraverso la consultazione alle banche dati è emerso anche il fenomeno dei serbatoi di braccia: «È risultato che la M&G è stata resa praticamente inattiva (senza clienti e “svuotata” di forza lavoro) consentendo, di fatto, alla GMAX 365 di proseguire la stessa attività ma con altra denominazione sociale.»
Nelle loro dichiarazioni, i lavoranti in molti casi hanno detto di non sapere nemmeno per chi lavoravano. Lavoro «tutti i giorni della settimana, per 5 ore al giorno, non osservando alcun turno di riposo», ha detto Hong Bo. «Ricevo 5 euro all’ora», dice Xiu Ian. Wan Shuang: «Tutti i giorni dalle 9 alle 20, compenso in base al numero di pezzi (cottimo), e comunque tra i 20 e i 30 euro». Youn quan: «Non conosco il nome della ditta per cui lavoro», e dice «di essere un aiutante per tagliare i fili». Shun Lin: «Da quando sono arrivato, nel luglio 2023, lavoro e vivo nei locali di questa società, di cui non conosco il nome. Non ho contratto». Liu Li: «Ricevo vitto e alloggio». Molte di queste dichiarazioni sarebbero stata preparate, rivelando comunque, una condizione di sfruttamento. Dalle analisi sui consumi energetici sarebbero stati accertati turni di lavoro sette giorni su sette, dalle 8 alle 22, 14 ore anche di sabato e domenica, con retribuzioni ritenute in contrasto con la contrattazione collettiva e con i principi costituzionali. Quasi tutti vivevano nel laboratorio dormitorio, dove hanno cercato di nascondersi durante l’ispezione, chi nel vano caldaia, chi in cucina, e chi nella cella frigorifera.
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