Il vicepresidente Cei, Savino: referendum, perché non vado al convegno di Magistratura democratica

Con una nota sul sito della diocesi di Cassano allo Ionio, il vescovo della Chiesa calabrese chiude la polemica che si era accesa un mese fa dopo l’annuncio di una partecipazione a una iniziativa referendaria dell’associazione schierata per il “no”
March 13, 2026
Il vescovo di Cassano allo Ionio monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Cei
Roma 23 settembra 2024Mons. Francesco Savino.
«La mia annunciata partecipazione a un’iniziativa promossa da Magistratura democratica ha dato luogo a letture e interpretazioni polarizzate, rischiando di spostare l’attenzione dai contenuti a dinamiche di contrapposizione. Per questo, con l’amarezza di chi vede la sostanza soffocata dal frastuono e con il dovere di custodire le istituzioni, ho deciso di rinunciare alla mia presenza, nell’auspicio che tale scelta contribuisca a ricondurre il confronto in un registro più sobrio e costruttivo, rispettoso e realmente orientato al bene comune». Così il vicepresidente della Cei monsignor Francesco Savino, vescovo della diocesi calabrese di Cassano allo Ionio, interviene con una nota sul sito della sua diocesi chiudendo la polemica nata un mese fa quando Md rese noto il programma di un convegno in programma a Roma per il 13 marzo, nell’ambito della campagna referendaria, sul tema «Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro». Le posizioni di Magistratura democratica sulla consultazioni referendaria sono a sostegno del “no” alla riforma voluta dal Governo.
Ringraziando Md per l’invito e «la qualità del tema proposto», Savino tiene a precisare che «la mia eventuale presenza non aveva e non avrebbe avuto alcuna intenzione di trasformarsi in un’indicazione di voto sul referendum». È vero che «non compete a un vescovo suggerire un’opzione elettorale: sarebbe improprio sul piano istituzionale e riduttivo su quello spirituale», ma quello che Savino si sente di potere e dover fare è, come pastore, «richiamare alcuni criteri di responsabilità civica che, in questo tempo, appaiono più necessari che mai».
Tre i punti illustrati nella nota. «Primo: custodire l’equilibrio tra i poteri dello Stato. L’autonomia reciproca non è una formalità, ma una garanzia per tutti. Quando i poteri smettono di bilanciarsi e di contenersi, la libertà diventa fragile; e a pagare per primi il prezzo di ogni squilibrio sono sempre i più deboli, i meno protetti, chi dispone di minori risorse culturali o relazionali per difendersi».
In secondo luogo, il vicepresidente della Cei ritiene necessario «riconoscere che l’indipendenza della magistratura non è un privilegio di categoria, ma una tutela sostanziale dello Stato di diritto. La giustizia, per essere giustizia, deve poter restare “distanza del giudizio” e non diventare prossimità al potere. È in questa distanza – fatta di regole, contrappesi, garanzie – che una democrazia misura la propria credibilità».
Infine, monsignor Savino richiama alla «partecipazione. È stato richiamato più volte, anche in ambito ecclesiale, che la democrazia non si sostiene da sé e che l’astensionismo somiglia a una resa silenziosa. Per questo rivolgo un invito accorato: andate a votare, non disertate le urne. Il voto non è un automatismo emotivo, ma un atto di coscienza e di discernimento: esige informazione corretta, lessico misurato, riconoscimento della legittimità del dissenso. Senza cittadine e cittadini che pensano e partecipano, lo spazio pubblico si restringe e la politica si riduce a comunicazione, o peggio a politica come brandizzazione».
Alla vigilia ormai della consultazione referendaria, l’arcivescovo richiama «l’alta responsabilità del magistrato, la cui funzione non si esaurisce nell’applicazione della norma, ma domanda coscienza, rettitudine e senso del limite». E cita la figura esemplare di Rosario Livatino, «uomo delle istituzioni e servitore della giustizia», che «resta un riferimento luminoso per comprendere che giudicare è un servizio reso alla persona e alla comunità. Livatino ricordava che il compito del magistrato è anzitutto quello di decidere, e dunque di scegliere: un esercizio difficile, che esige libertà interiore, umiltà e vigilanza morale, mai atteggiamenti di protagonismo o di superiorità». Ispirato da questo esempio, Savino conclude la sua nota sottolineando che «il Vangelo lo ricorda con disarmante semplicità: la giustizia non è un’astrazione, ma il nome concreto della cura per l’altro».

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