In tuta da ginnastica, sempre e ovunque. Storia di un fenomeno

Dalle aule alle strade, i capi sportivi diventano segno di distacco da rigidità e formalismi. Tra cultura pop e consumo, emerge un diverso modo di vivere
April 7, 2026
In tuta da ginnastica, sempre e ovunque. Storia di un fenomeno
/Icp
È una rivoluzione silenziosa. Entrata, senza quasi che ce ne accorgessimo, nelle nostre case, nelle nostre scuole, nelle nostre strade. E che riguarda i soggetti ai quali oggi siamo meno propensi ad accordare la titolarità delle rivoluzioni, perché li abbiamo anestetizzati (e stritolati) con forme di “super-controllo” e “super-accudimento” sempre più asfissianti: i nostri figli. Al posto dei rudi jeans nei quali erano inguainate le nostre gambe da adolescenti (e oggi da adulti), campeggiano capi di abbigliamento decisamente più comodi. Che, anzi, hanno fatto proprio della comodità il loro inequivocabile marchio (di fabbrica): le tute da ginnastica. Basta farsi un giro in una qualsiasi scuola per vedere come da capo di abbigliamento pensato originariamente per le attività sportive, le tute abbiano di fatto esondato, diventando, appunto, il veicolo di questa (felpata) rivoluzione pacata. I pantaloni classici? Roba da boomer. I completi? Relegati alle cerimonie e gli ambiti lavorativi, i contrassegni rispettivamente dell’ingresso nella vita adulta e del permanere (e a volte languire) in essa.
In realtà, una lunga preistoria accompagna l’affermarsi del “globalismo dei pantaloni da ginnastica”, come è stato definito. L’ingresso nel circuito visivo della moda e dell’industria dello spettacolo avviene negli anni Sessanta. Una piccola azienda arruola la stella del calcio tedesco Franz Beckenbaur per lanciare il suo capo d'abbigliamento: una tuta, ornata con tre strisce bianche. Il nome del marchio? Adidas. Un decennio più tardi, Bruce Lee sfodera una tuta rossa in una serie televisiva in prima serata sulla Tv americana. Quentin Tarantino, maestro indiscusso del citazionismo cinematografico, omaggia Lee con la tuta gialla indossata da Uma Thurman nel funambolico Kill Bill. Ma è soprattutto con il rap che la tuta dilaga a tutti i livelli, diventando una sorta di biglietto da visita per chi vuole sperimentare nuovi linguaggi e nuove estetiche.
Nel libro I vagabondi del Dharma (1958), lo scrittore americano Jack Kerouac preconizzò quella che chiamò la “rivoluzione degli zaini”. L’autore di On The Road immaginò migliaia di giovani, “armati” solo di un carico leggero, mentre sciamavano pacificamente per le strade del suo sterminato Paese, irradiando un nuovo stile di vita. Un sogno destinato a rimanere tale. Decenni dopo, mentre il mondo degli adulti sembra andare ancora una volta in tutt’altra direzione, i ragazzi hanno scelto la tuta per significare uno stacco (o un distacco). Non un disimpegno dalla vita, ma uno sfrondamento dei suoi carichi, a cominciare dalla rigidità scambiata per serietà, dal formalismo contrabbandato per operosità. Forse, in questa “divisa” casual, al di là delle unghiate inevitabili del mercato e dalla dose di conformismo imposto dalla moda, possiamo intravvedere qualcosa d’altro, il bagliore di qualcosa di irriducibile. Un messaggio per noi adulti. Un altro stile di vita. Un altro modo di vivere la vita.

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