Paolo Casarin, si racconta: i miei 60 anni da arbitro. Il Var e il calcio attuale , un «rigorificio»
Il fischietto "ribelle": «Troppi tiri dal dischetto nascono da “toccatine” di mano in area. Ma il difensore deve pur muoversi da atleta, non può mica legarsi le mani e le braccia come un salame». La violenza di «certi genitori folli che picchiano gli avversari dei figli». E il rapporto con i calciatori

Massimiliano Castellani
«Il Var è la rovina del calcio? No, la verità è che noi da casa davanti alla tv, in media, vediamo meglio dell’arbitro, specie quando il calciatore, che ormai indossa degli scarpini da ballerina, trascina il piedino e si lascia cadere a terra per ottenere il rigorino… e lo frega anche, se poi va a rivedere l’azione al Var. Ci affanniamo con le statistiche e pensiamo che questo sport ormai sia una scienza esatta, ma poi vai a vedere e ti accorgi che dai tempi di Concetto Lo Bello (anni ’60) fino al 2020, la media rigori è rimasta la stessa, 1 ogni 4 partite. Mentre negli ultimi sei anni siamo passati da 120 a 187 rigori concessi e la maggior parte sono causati da queste “toccatine” di mano in area dei “rigorini”. Ma il difensore deve pur muoversi da atleta, non può mica legarsi le mani e le braccia come fosse un salame». Parola dell’eterno “ribelle” Paolo Casarin. Quando dalla panchina fischiava il Trap, in campo gli faceva eco il fischietto del signor Paolo Casarin. Mestrino, classe di ferro 1940, ha trascorso «sessant’anni fuori e dentro il calcio», come si legge nel sottotitolo dell’autobiografia Vita e pensieri di un arbitro (Rizzoli).
«In questi giorni atroci di guerra mi viene sempre in mente il rumore di “Pippo”, l’aereo che sganciava le bombe dal cielo e io bambino che correvo a ripararmi sotto l’ala di mio padre, falegname a Mestre con un biglietto pronto per migrare in Argentina. Ma all’ultimo momento non ci imbarcammo e restammo qui. Una volta dissi pubblicamente che sarei potuto diventare argentino, Maradona venne a saperlo e quando mi incontrò mi abbracciò dicendomi: “Siamo parenti”. Diego è stato il più grande di tutti, quando ripenso alle nostre partite lo rivedo sorridente che si scalda con le scarpe slacciate e allora gli dico: allacciale, che se inciampi mi tocca pure darti rigore. E lui: “A me i rigori non darli mai”». L’arbitro internazionale Casarin ha iniziato il suo lungo cammino con i derby sotto i campanili del Veneto e i borghi della bergamasca, alla fine degli anni ’50. «Per spogliatoio c’era la stalla. Il contadino tirava fuori il cavallo e noi in fretta e al freddo d’inverno ci coprivamo con la divisa nera». Storie di giovani “uomini neri”, come veniva identificato il “signor arbitro” d’allora, rigorosamente in black. La categoria più temuta in campo e la più odiata sugli spalti, quella dei “cornuti e mazziati”.
«Una volta era dura uscire dallo stadio, con casi limite, che racconto nel libro, del povero arbitro a cui abbrustolirono le natiche tenendolo fermo in quattro sopra ai cerchi della cucina economica. Oggi invece troppo spesso diventa difficile uscire dal campo con certi genitori folli che, oltre all’arbitro, arrivano a picchiare anche gli avversari dei figli». Fine del “calcio di poesia”, «l’ultima rapppresentazione sacra del nostro tempo», secondo Pasolini, che si celebrava sull’erba o gli sterrati di quei «campetti che rappresentano il calcio d’inizio del calcio, e chi ci è passato se li ricorda, se non altro per misurare la strada, tanto o poca che ha fatto», ha scritto in prefazione al libro di Casarin il suo amico, lo scriba di sport Gianni Mura. Uno dei tanti tifosi di Casarin che ha sempre giocato il ruolo del battitore libero. L’autorevole e autoritario 23° protagonista in campo, dal 1971 al 1988, dalla Serie A ai campionati del mondo. «Nel mio score oltre alle 200 gare dirette in Serie A ci sono quelle quanto mai “necessarie” del torneo cadetto. Alternare partite di A e B , anche oggi sarebbe il giusto utilizzo per evitare le cattive letture di certe situazioni in campo. È il miglior modo per specchiarti con 22 giocatori e capire se anche tu arbitro stai bene. In fondo il rapporto arbitro-calciatori è un confronto tra giovani che a loro volta offrono uno spettacolo a 80mila persone, e tutti i protagonisti in campo si impegnano per esprimere il massimo della correttezza e della trasparenza. Io a 86 anni continuo a guardare il calcio con quello sguardo di quando ero giovane e nei confronti di questo sport che mi ha fatto conoscere tanta umanità varia provo un sentimento di grande affetto».
Ma prima delle trasferte del signor Casarin da Milano ci sono state quelle di lavoro per conto dell’Eni e poi per Banca Intesa. «Ho lavorato in venti Paesi africani, conosco il Continente Nero meglio dell’Europa. Sono stato in 106 stati e un anno l’ho trascorso per lavoro a Pechino. Quando ero fisso a Bratislava mi davano 15 giorni di permesso, rientravo in Italia e arbitravo due partite, poi riprendevo a lavorare». Un nomade professionale, in campo e fuori. E mentre l’Italia di Enzo Bearzot saliva sul tetto del mondo a Spagna ’82, l’internazionale Casarin divenne l’arbitro “abiurato” dagli spagnoli. «Contestarono il mio arbitraggio nella partita con la Germania che eliminò la Spagna e andò in finale con l’Italia. Gli spagnoli furiosi mi trattarono da appestato e quella rimane sportivamente l’esperienza più negativa della mia lunga carriera. Però poi dall’82 all’88 ho diretto diverse volte Real Madrid e Barcellona in Coppa dei Campioni e il giudizio unanime fu “meglio sempre avere Casarin in campo”. e questo in parte ha cancellato quella delusione del Mundial”».
La vittoria azzurra di Spagna ’82 dal “cane sciolto” di Repubblica , il compianto Oliviero Beha fu ribattezzato il “Mundialgate” per la presunta combine di Italia-Camerun di cui scrisse anche un libro- dossier (edito da Pironti) con Roberto Chiodi . «Beha era un caro amico ma io escludo che ci fu la compravendita di quella partita degli azzurri, anche se non escludo che qualche quota di verità nel suo giornalismo d’inchiesta ci fosse. Lo scandalismo del resto da noi è di casa: pensate a Calciopoli. Una buffonata clamorosa durata anni e alla fine cosa è venuta fuori “Arbitropoli”, quando la classe arbitrale, più o meno coinvolta, era il 5% e non certo quel marcio che faceva comodo ai media. La corruzione nel calcio non è minore o maggiore rispetto a quella che c’è nel resto della società, perché alla fine parliamo di multinazionali e di imprese quotate in Borsa».
Un gioco ormai finanziario, in cui anche il direttore di gara ha il suo peso e viene da chiedersi: qual è oggi l’arbitro modello? «Non esiste, esistono invece direttori di gara sempre più preparati che non necessariamente arrivano dai campionati più prestigiosi. Nel 2010 ai Mondiali del Sudafrica per esempio venne premiato come migliore arbitro l’uzbeko Ravshan Ermatov che ha chiuso la carriera con il record di partite dirette ai Campionati del mondo (11 gare)». La nostra scuola arbitrale resta, vox populi, la migliore, e questa deve tanto anche a Casarin che fu il primo ad adottare il “tu” con i calciatori. «Per me in campo era fondamentale stabilire un rapporto alla pari, perciò mi permettevo di dire “tirati su” a un calciatore dopo aver sbagliato un gol o quando i tifosi avversari lo prendevano di mira e lo fischiavano. Qualcuno si stupiva, come quella volta che mi presentai al funerale del povero Re Cecconi. Per me era normale, vivo a 20 chilometri dal suo paese, Nerviano, lo avevo arbitrato tre mesi prima di quell’assurda fine (la finta rapina in gioielleria finita con lo sparo mortale) ma quando il grande Bob Lovati, ex portiere e dirigente della Lazio, mi vide in chiesa che me ne stavo in un angolo mi disse stupito sottovoce: “Casarin, ci fa piacere che sia qui, mai visto un arbitro ai funerali”. Per me i calciatori erano dei compagni di avventura e alcuni sono diventati amici veri. Non dimenticherò mai il bel gesto di Ruud Gullit alla fine di Olanda-Inghilterra agli Europei dell’88: aveva letto che quella sarebbe stata la mia ultima partita e venne ad abbracciarmi come faceva con Van Basten dopo un gol. Oggi per un arbitro è difficile diventare amico di un giocatore, troppi paletti mentali. Tempo fa mi era venuta voglia di incontrare il centrocampista dell’Inter Mkhitaryan, so che è un uomo molto sensibile e intelligente e in quanto armeno volevo discutere con lui da veneziano cresciuto a un passo dall’Isola di San Lazzaro degli Armeni».
Un incontro per ora sfumato ma da uomo dalla fede incrollabile Casarin non demorde. «Ho visto un arbitro peruviano, di cui ero guardalinee, sparire prima di una partita del Mondiale di Spagna perché stava pregando davanti alla statua della Madonna di Guadalupe. Tempo fa quando a Melegnano hanno esposto la Madonna di Fatima ho rischiato di svenire… Ma devo ammettere che la spiritualità più forte l’ho avvertita in Tibet dove sono andato e tornato spesso. Al tempio di Lhasa un giorno il Venerabile si fece largo tra la folla accalcata sulla scalinata dove mi ero messo anch’io per osservare la processione dei monaci: quello viene verso di me, mi fissa e mi saluta dandomi una sorta di benedizione che incuriosisce tutti i fedeli che avevo a fianco e che si domandavano: ma chi è costui per aver ricevuto un simile privilegio? Il giorno dopo con altri escursionisti italiani salimmo sopra a un lago a 4500 metri d’altitudine con mezzo metro di neve ai piedi. Ci fermiamo in una foresta dove all’improvviso si palesa un giovane tibetano dai capelli lunghi e neri: mi stava cercando per donarmi un quarzo esagonale, una pietra di 20 centimetri… Faccio per pagarlo ma si rifiuta spiegando alla guida che non era lì per vendere ma per darmi quel dono da parte del Venerabile. Due anni dopo ho avuto un infarto dal quale mi sono miracolosamente salvato, e oggi so per certo che è stato grazie a quella pietra, che conservo in salotto. Anche adesso sta qui, davanti ai miei occhi».
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