È morto Evaristo Beccalossi, bandiera dell'Inter

Lo storico centrocampista e numero 10 della squadra milanese - mancato a Brescia, la sua città, dove ha anche giocato - avrebbe compiuto 70 anni il 12 maggio
May 6, 2026
È morto Evaristo Beccalossi, bandiera dell'Inter
Evaristo Beccalossi / Fotogramma / Consilvio
È morto Evaristo Beccalossi, una delle bandiere dell'Inter e storico numero 10. L'ex calciatore e dirigente sportivo, che prima di militare in nerazzurro giocò anche nella sua città, Brescia, avrebbe compiuto 70 anni tra pochi giorni, il 12 maggio. Da un anno le sue condizioni di salute erano critiche dopo un malore accusato a gennaio 2025. Il decesso è avvenuto nella notte tra martedì e mercoledì in clinica Poliambulanza a Brescia, dove Beccalossi era ricoverato.
Un colpo da Beck, ha fintato la morte un paio di volte nell’ultima stagione da uomo libero e poi ha rinunciato. Ma lo ha fatto solo dopo aver visto la sua Inter vincere il 21° scudetto.  Poi Evaristo si è addormentato, sereno, per andare a parlare con gli angeli e magari scambiare due chiacchiere alla pari, da campione, con quel gran genio del Peppino Meazza. A 69 anni se ne va per sempre Evaristo Beccalossi, per quei ragazzi degli anni ’80, interisti e non, un piccolo genio del calcio italiano. Genio e sregolatezza, come si conviene a quei baby prodigio che mettono in cima alla lista dei desiderata il colpo ad effetto, la giocata fine a sè stessa, solo per strappare l’applauso e l’abbraccio caloroso del pubblico pagante. Chicco e Spillo di Samuele Bersani, nell’Inter del sergente di ferro Eugenio Bersellini divenne la premiata ditta Spillo Altobelli & Evaristo Beccalossi. Ma i due si erano conosciuti molto prima, nel 1974, quando Spillo, l’esile lungagnone di Latina salì al Nord, al Brescia, per giocare nella Primavera delle Rondinelle (politicamente corretto chiamarle ancora così), e lì incontrò il funambolico Evaristo. Folgorazione reciproca, un’alchimia fantastica, la torre e l’alfiere. Assieme conquistano lo scudetto di categoria, roba forte per una giovanile di provincia, più forte in campo delle vicine e blasonate Milan e Inter. Dalla Pinetina emissari nerazzurri avevano messo sul taccuino i nomi dei due talenti da strappare rapidamente alla concorrenza. Così Altobelli arriva all’Inter nel ’77 e l’anno dopo si presenta anche lo scalcagnato mancino magico di Beccalossi. «Il Beck fin da ragazzino faceva certi numeri... Con lui, tra Brescia e Inter, sono stati dieci anni splendidi. Beccalossi è stato uno dei più grandi numeri “10” italiani, sapeva essere contemporaneamente goleador e assistman», mi confidava tempo fa Altobelli che con Beccalossi aveva costituito un tandem indissolubile quanto quello che anni dopo si sarebbe realizzato alla Samp scudettata con Roberto Mancini e Gianluca Vialli. I gemelli terribili con cui il Beck fece in tempo a dialogare in campo quando nell’84 si fece doriano. Danzò una sola stagione a Marassi, esule in prestito per lasciare spazio all’Inter al crucco Hansi Muller. Non aveva trent’anni Evaristo quando andò alla Samp e la magia di quel lustro e poco più in nerazzurro, 1978-’84, stava già svanendo. Però per il popolo interista era già un simulacro vivente e non lo avrebbe mai dimenticato. Di padre in figlio infatti si tramanda ancora la leggenda del “grande Beck”. Il piede fatato che accendeva le luci di San Siro, illuminando un Inter che non aveva stranieri e che nella stagione 1979-‘80 trascinò a uno scudetto memorabile che nella bacheca della Beneamata mancava da un decennio a quella parte. Per 216 volte ha indossato con amore e rispetto la “10” dell’Internazionale, segnando 37 gol. Per i tifosi nerazzurri indelebile è il ricordo di quella doppietta firmata nel derby del 28 ottobre 1979, viatico di uno scudetto che andava a sommarsi alla Coppa Italia conquistata quell’anno. Il prossimo 12 maggio il Beck avrebbe compiuto 70 anni e il giorno dopo per festeggiare ancora si sarebbe sistemato davanti alla tv per assistere alla finale di Coppa Italia, la sua Inter contro la Lazio. Fine delle trasmissioni, non ci resta che piangerlo. Piangiamo l’Evaristo idolo delle folle e degli esteti del calcio. Un innamorato della palla che oggi farebbe fatica a calarsi nella follia della costruzione dal basso e del calcio a un tocco. Il Beck era estro, coraggio e fantasia. Un amante indefesso del tunnel sul terzino in marcatura stretta e ringhiosa da fare impazzire con le sue serpentine velenose. Un dribblomane e per questo lo scriba massimo Gianni Brera lo ribattezzò “Driblossi” . Un “re de’ fossi” circense che infatti non aveva l’apprezzamento del sobrio ct azzurro Enzo Bearzot. Il “Vecio” chiamava Spillo in Nazionale ma non il Beck. «Beccalossi avrebbe meritato di venire al Mundial dell'82, ma Antognoni aveva fatto Argentina '78 e per il gioco di Bearzot era più lineare. Evaristo aveva più colpi... Infatti l’ultima volta l’ho convocato a Sonnino con le vecchie glorie dell'82 per la partita dei miei sessant'anni. Abbiamo battuto i magistrati ed è stata una notte di festa», ricordava Altobelli che oggi piange un fratello e un compagno d’allegria. Lo scanzonato Beck, ispiratore dei poeti del gol, come Paolo Rossi, il comico e non il Pablito Mundial, che per lui inventò la Ballata di Evaristo. “Sono Evaristo, scusa se insisto”, il tormentone ispirato da una notte di Coppa delle Coppe e di disperazione nerazzurra. Quella in cui il mitico Evaristo sbagliò per due volte di fila dal dischetto contro lo Slovan Bratislava. «Però, quelli che mi ricordano solo per quei due rigori sbagliati non hanno capito niente di Beccalossi», mi disse una sera di brindisi sotto la luna a Senigallia, ospiti del “Premio Renato Cesarini” per celebrare un altro “10” leggendario, Omar Sivori. «Omar è stato più forte di me, ma io non ero affatto male», disse sornione il Beck che tra i suoi tanti ammiratori ha avuto anche il presidente della Fifa Gianni Infantino che in più occasioni ha manifestato il suo interismo con un serafico «i miei idoli di gioventù sono stati Altobelli e Beccalossi». Bel colpo Beck, come sempre hai giocato d’anticipo. «Che la terra ti sia lieve», ti direbbe Gianni Brera. Noi invece ti salutiamo con un grande abbraccio e un affettuoso ciao “Driblossi”!

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