Mastrovito: «Nel mio Agnello per la Sagrada Família risplende la luce del cosmo»
di Flavio Arensi
Parla l’artista italiano che
ha creato l'Agnus Dei
in vetro per la croce in cima alla Torre di Gesù: «Porta su di sé i frammenti della storia e li trasforma in corpo e luce, come Cristo si prende sulle spalle i peccati del mondo»

Al centro della croce in cui culmina la Torre di Gesù Cristo, che domani sarà benedetta da papa Leone XIV, c’è un Agnello, l’Agnello di Dio. Lo aveva voluto Antoni Gaudí, lo ha immaginato Andrea Mastrovito, l’artista chiamato dopo un concorso internazionale dalla Junta Constructora, la fabbrica che si occupa della basilica, a completare gli interni della guglia. L’Agnus Dei è una scultura in vetro, avvolta da ventiquattro raggi che costituiscono un iperboloide, figura geometrica particolarmente cara all’architetto catalano. Un’esplosione di luce.
Mastrovito, partiamo proprio dall’iperboloide...
«Sono forme matematiche generate dall’intreccio di linee rette, capaci di diffondere la luce in modo dinamico, e costituiscono uno dei fondamenti della Sagrada Família; rappresentano però anche qualcosa di ulteriore, come ho compreso grazie all’astrofisico Marco Bersanelli quando afferma che la luce è il principio che rende visibile il cosmo e, al tempo stesso, uno degli elementi portanti della basilica. È lui a notare, esaminando i disegni dell’edificio, come il profilo della torre richiami sorprendentemente la curva di Friedmann-Lemaître, che descrive l’evoluzione dell’espansione dell’universo nel tempo».
Come ha applicato questa intuizione?
«Avevo letto il suo libro sul fondo cosmico a microonde (Il grande spettacolo del cielo , Sperling & Kupfer). Da lì nascono i raggi che attraversano l’opera e anche il rapporto tra il microcosmo e i frammenti di vetro che rivestono l’Agnus Dei. Quando lo incontrai gli spiegai questa intuizione e lui mi disse: “Scientificamente tutto torna”. Fu una conferma importante».
L’Agnello nasce subito come immagine centrale?
«Sì. La richiesta iconografica di Gaudí era molto chiara: in cima alla croce doveva esserci un agnello e la croce stessa doveva diventare simbolo di luce. È completamente rivestito di schegge di vetro, quasi intoccabile: durante il montaggio ci siamo tagliati continuamente. Quei frammenti sono al tempo stesso un rimando cosmico e una meditazione sul presente. Viviamo in un’epoca che pensava di essersi liberata dalla paura, dalla fame, dal freddo e dalla guerra, ma oggi quella sicurezza sembra incrinarsi e questa figura reca con sé anche quel senso di vulnerabilità».
C’è anche un elemento personale in questa immagine?
«Molto. Negli ultimi anni ho lavorato spesso sull’infanzia, anche perché nel frattempo sono diventato padre. Quest’agnello, pur essendo grande, non è un animale adulto, è un “bambino”. Mentre lavoravo riflettevo sulle immagini che vedevamo ogni giorno: l’Ucraina, i bambini, la guerra... Non voglio però forzare questa lettura. L’opera deve restare senza tempo. Il suo nucleo rimane evangelico».
Questo agnello, proprio come il corpo risorto, non cancella i segni della passione ma li porta con sé.
«Ho lasciato che si vedesse anche una piccola macchia di sangue, ma questo agnello porta i frammenti della storia e li trasforma in corpo e luce, come Cristo si prende sulle spalle tutti i peccati del mondo; mentre lo mettevo insieme, mi sembrava che questa creatura si facesse carico anche di una parte delle nostre paure».
«Sono forme matematiche generate dall’intreccio di linee rette, capaci di diffondere la luce in modo dinamico, e costituiscono uno dei fondamenti della Sagrada Família; rappresentano però anche qualcosa di ulteriore, come ho compreso grazie all’astrofisico Marco Bersanelli quando afferma che la luce è il principio che rende visibile il cosmo e, al tempo stesso, uno degli elementi portanti della basilica. È lui a notare, esaminando i disegni dell’edificio, come il profilo della torre richiami sorprendentemente la curva di Friedmann-Lemaître, che descrive l’evoluzione dell’espansione dell’universo nel tempo».
Come ha applicato questa intuizione?
«Avevo letto il suo libro sul fondo cosmico a microonde (Il grande spettacolo del cielo , Sperling & Kupfer). Da lì nascono i raggi che attraversano l’opera e anche il rapporto tra il microcosmo e i frammenti di vetro che rivestono l’Agnus Dei. Quando lo incontrai gli spiegai questa intuizione e lui mi disse: “Scientificamente tutto torna”. Fu una conferma importante».
L’Agnello nasce subito come immagine centrale?
«Sì. La richiesta iconografica di Gaudí era molto chiara: in cima alla croce doveva esserci un agnello e la croce stessa doveva diventare simbolo di luce. È completamente rivestito di schegge di vetro, quasi intoccabile: durante il montaggio ci siamo tagliati continuamente. Quei frammenti sono al tempo stesso un rimando cosmico e una meditazione sul presente. Viviamo in un’epoca che pensava di essersi liberata dalla paura, dalla fame, dal freddo e dalla guerra, ma oggi quella sicurezza sembra incrinarsi e questa figura reca con sé anche quel senso di vulnerabilità».
C’è anche un elemento personale in questa immagine?
«Molto. Negli ultimi anni ho lavorato spesso sull’infanzia, anche perché nel frattempo sono diventato padre. Quest’agnello, pur essendo grande, non è un animale adulto, è un “bambino”. Mentre lavoravo riflettevo sulle immagini che vedevamo ogni giorno: l’Ucraina, i bambini, la guerra... Non voglio però forzare questa lettura. L’opera deve restare senza tempo. Il suo nucleo rimane evangelico».
Questo agnello, proprio come il corpo risorto, non cancella i segni della passione ma li porta con sé.
«Ho lasciato che si vedesse anche una piccola macchia di sangue, ma questo agnello porta i frammenti della storia e li trasforma in corpo e luce, come Cristo si prende sulle spalle tutti i peccati del mondo; mentre lo mettevo insieme, mi sembrava che questa creatura si facesse carico anche di una parte delle nostre paure».

Con Gaudí che tipo di raffronto c’è stato?
«Molto intenso, perché ovviamente la sua presenza è fortissima. Non volevo però citarlo né imitarlo, piuttosto comprendere come adattare la mia ricerca alle esigenze costruttive e spirituali della Sagrada Família. Credo che la commissione del concorso abbia apprezzato il fatto che il dialogo si svolgesse su più livelli: da una parte il linguaggio architettonico, con le strutture luminose tipiche di Gaudí, dall’altra la riflessione teologica e persino scientifica».
Tecnicamente come ha realizzato l'Agnello? Il vetro ritorna rispetto ad altri suoi lavori in ambito ecclesiastico.
«Sì, il passaggio al vetro arriva proprio con la chiesa dell’ospedale di Bergamo e soprattutto con l’incontro, fondamentale, con lo Studio Reduzzi nel 2009. Lino è un genio ed entrare nel suo laboratorio significa entrare in un altro tempo, in un luogo quasi seicentesco, ricco di sapere tecnico. Lui, il figlio Stefano e i miei assistenti si sono occupati delle numerose e complesse questioni operative di un cantiere enorme. In alcuni casi abbiamo dovuto inventare soluzioni che nessuno conosceva davvero. Abbiamo sbagliato, rifatto, corretto. Alcuni elementi sono stati ricostruiti due o tre volte. È un processo molto vicino all’idea del cantiere medievale, dove artista e artigiano lavoravano continuamente insieme».
C’è una certa continuità del suo lavoro a entrare in uno spazio liturgico. Che cosa ha compreso del rapporto fra artista e Chiesa?
«Questo è il mio quarto intervento. Ho l’impressione che all’inizio del nuovo secolo molti artisti guardassero con una certa diffidenza al confronto con la Chiesa. Dopo gli anni Sessanta e Settanta si assiste a una moltiplicazione di edifici di culto e di interventi creativi discutibili. Tra gli anni Novanta e i Duemila la questione scompare dal dibattito culturale italiano. Poi qualcosa cambia. Dopo l’impegno per la chiesa di Bergamo e, più tardi, dopo l’incontro con papa Francesco nel 2023, quando convocò gli artisti nella cappella Sistina, mi sono reso conto che attorno alla Chiesa esiste una rinnovata attenzione e una curiosità autentica».
*L'articolo è apparso nel numero 74 di Gutenberg dedicato alla Sagrada Família.
«Molto intenso, perché ovviamente la sua presenza è fortissima. Non volevo però citarlo né imitarlo, piuttosto comprendere come adattare la mia ricerca alle esigenze costruttive e spirituali della Sagrada Família. Credo che la commissione del concorso abbia apprezzato il fatto che il dialogo si svolgesse su più livelli: da una parte il linguaggio architettonico, con le strutture luminose tipiche di Gaudí, dall’altra la riflessione teologica e persino scientifica».
Tecnicamente come ha realizzato l'Agnello? Il vetro ritorna rispetto ad altri suoi lavori in ambito ecclesiastico.
«Sì, il passaggio al vetro arriva proprio con la chiesa dell’ospedale di Bergamo e soprattutto con l’incontro, fondamentale, con lo Studio Reduzzi nel 2009. Lino è un genio ed entrare nel suo laboratorio significa entrare in un altro tempo, in un luogo quasi seicentesco, ricco di sapere tecnico. Lui, il figlio Stefano e i miei assistenti si sono occupati delle numerose e complesse questioni operative di un cantiere enorme. In alcuni casi abbiamo dovuto inventare soluzioni che nessuno conosceva davvero. Abbiamo sbagliato, rifatto, corretto. Alcuni elementi sono stati ricostruiti due o tre volte. È un processo molto vicino all’idea del cantiere medievale, dove artista e artigiano lavoravano continuamente insieme».
C’è una certa continuità del suo lavoro a entrare in uno spazio liturgico. Che cosa ha compreso del rapporto fra artista e Chiesa?
«Questo è il mio quarto intervento. Ho l’impressione che all’inizio del nuovo secolo molti artisti guardassero con una certa diffidenza al confronto con la Chiesa. Dopo gli anni Sessanta e Settanta si assiste a una moltiplicazione di edifici di culto e di interventi creativi discutibili. Tra gli anni Novanta e i Duemila la questione scompare dal dibattito culturale italiano. Poi qualcosa cambia. Dopo l’impegno per la chiesa di Bergamo e, più tardi, dopo l’incontro con papa Francesco nel 2023, quando convocò gli artisti nella cappella Sistina, mi sono reso conto che attorno alla Chiesa esiste una rinnovata attenzione e una curiosità autentica».
*L'articolo è apparso nel numero 74 di Gutenberg dedicato alla Sagrada Família.
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