I giovani di Verona pellegrini ad Amman.
«Ora diamo voce ai cristiani di Giordania»

Il gruppo, guidato da don Matteo Malosto, ha trascorso una decina di giorni nella capitale, ospite di una parrocchia. Al centro dell'esperienza una raccolta fondi per una clinica mobile e un’esperienza di volontariato
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August 21, 2026
I giovani di Verona pellegrini ad Amman.
«Ora diamo voce ai cristiani di Giordania»
I giovani della diocesi di Verona in Giordania, ospiti della comunità cristiana locale
Sono tornati dalla Giordania con una consegna precisa: raccontare. Non tanto ciò che hanno visitato, ma ciò che hanno vissuto accanto alle comunità cristiane che chiedono di non essere dimenticate. È il “seme” affidato a un gruppo di giovani di Verona, protagonisti di un viaggio ad Amman promosso dalla Caritas diocesana assieme al Centro di pastorale adolescenti e giovani, con il supporto di Caritas Italiana e Caritas Jordan.
«Grazie che siete venuti a vedere con i vostri occhi. Ditelo quando tornate a casa, è importante non lasciarci da soli»: questa richiesta, ascoltata nelle parrocchie, ripetuta dai cristiani incontrati, è diventata un vero leitmotiv. «Abbiamo la responsabilità di questo seme che ci hanno passato. Se loro restano là, nonostante le difficoltà, noi qua cosa facciamo?», dice Sara Fazzini, 29 anni, che, come gli altri giovani, ha scelto di fare questa esperienza per «la sete di incontro, per ritrovarsi». «Non siamo partiti – confida – con l’idea di lasciare un segno né di fare attività specifiche, ma per incontrare le persone, certi che questo avrebbe cambiato soprattutto noi stessi». E così è accaduto: i dialoghi con la piccola comunità cristiana, con i sacerdoti, con il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, e con padre Francesco Patton, già custode di Terra Santa, che oggi vive sul Monte Nebo, sono stati un invito a guardare oltre il proprio orizzonte, a non smarrire il senso di umanità, a non restare spettatori. Non serve infatti aspettare la fine del conflitto per far sentire la propria vicinanza, per fare qualcosa di concreto, per fare pellegrinaggi, in totale sicurezza.  Il gruppo è partito dopo settimane di preparazione e continui confronti con le Caritas nazionale e locale. Un viaggio fortemente voluto, «confermato più volte», sottolinea Sara. Per dieci giorni i giovani veronesi, tutti tra i 20 e i 32 anni, sono stati ospitati nella parrocchia di Hashmi, nella zona orientale della capitale. «Abbiamo condiviso la vita dei cristiani che vivono lì, oltre a visitare i progetti di Caritas Jordan: ci siamo sentiti molto attesi. C’è stato – continua Sara – un passaparola tra le parrocchie che hanno fatto a gara per invitarci a pranzo e per conoscerci».  Una comunità pari ad appena il 2% della popolazione, ma capace di una testimonianza di fede semplice e intensa. «Il lievito nella pasta», lo definisce Margherita Saraco, 24 anni. «Pensavamo fosse un popolo lontano e invece, sin dal nostro arrivo, siamo stati catapultati in un abbraccio accogliente, in occhi trepidanti per la nostra presenza, in un deserto di sabbia rossa in cui Dio è palpabile», racconta la giovane che porta con sé un gesto che – sintetizza – «ha incarnato davanti ai nostri occhi l’essenza dei cristiani in Giordania». È il dono di Rafida, moglie di Muwaffaq e mamma di tre figli, uno dei quali con sindrome di Down, che la penultima sera ha voluto omaggiare ciascuno degli ospiti italiani con un lavoro fatto a mano all’uncinetto, «scusandosi per aver portato solo un regalo». Per Margherita, Rafida e gli altri cristiani «sono come la vedova povera che ha il cuore così libero da gettare le due monetine nel tesoro, perché sa e crede fermamente di essere figlia di Dio».
«Il loro rimanere ci insegna che stare nella quotidianità è possibile solo se si custodisce la presenza di Dio», osserva don Matteo Malosto, direttore della Pastorale giovanile e della Caritas diocesana, che ha accompagnato il gruppo. «Oggi più che mai, come Chiesa, dobbiamo stare in quei luoghi a costruire relazioni di comunione», aggiunge il sacerdote, che rilancia «la chiamata ad andare, a visitare, a condividere le fatiche e la fede delle comunità che vivono in quella terra». «Non siamo degli eroi, ci siamo sempre sentiti al sicuro e custoditi», riprende don Malosto evidenziando l’importanza dei pellegrinaggi, segno di solidarietà e modo concreto per «essere strumenti di pace quando tutti chiamano la guerra, per proporre una storia nel conflitto che non è di violenza e di vendetta, ma che è diversa».
Per far sì che l’esperienza non resti «uno spot» e che i semi possano germogliare, racconta il sacerdote, è stata avviata una raccolta fondi per sostenere una clinica mobile di Caritas Jordan ed è stato firmato un memorandum di collaborazione che permetterà a una delle partecipanti, Astrid Valdinoci, di tornare nel Paese per svolgere sei mesi di volontariato. Testimonianza e azione: l’impegno dei giovani veronesi continua.

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