Caporalato nel cantiere della diga di Genova: otto arresti

La sindaca Salis: fatto gravissimo, fare chiarezza
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June 26, 2026
Sono poveri, poverissimi e avevano visto il lavoro nel cantiere edile di Vado Ligure (Savona) dove si costruiscono i cassoni della nuova diga di Genova come un sogno. E invece si sono ritrovati a dover consegnare buona parte dello stipendio ai “caporali” che li avevano reclutati, a lavorare in condizioni di assoluta insicurezza. Se volevano un caschetto, una braga di sicurezza, dovevano pagare. Se volevano dormire dovevano accontentarsi di vivere in 30 dentro un unico appartamento, stipati come topi, e pagare una quota. Cosi del loro stipendio rimanevano 5, al massimo 7 euro l'ora.
Grazie al coraggio di alcuni lavoratori che si sono rivolti ai carabinieri, le due società che reclutavano migranti clandestini o quelli entrati con il decreto Flussi sono sotto indagine. Otto persone sono state arrestate, le due aziende - la JH di Brescia di origine indiana che reclutava per la RBB di Genova, in subappalto per Fincosit - sono adesso sotto controllo giudiziario, cinque sono le persone denunciate a piede libero.
Tra queste, il responsabile dell'emissione di falsi certificati di formazione sulla sicurezza dei "lavoratori ad Alto Rischio" e un collaboratore indiano delle due società. Una storia criminale di caporalato, di sfruttamento del lavoro, di totale disinteresse per le condizioni di persone in povertà catapultate in un mondo che non comprendevano - in pochi parlano italiano - con un unico miraggio: un lavoro e quindi uno stipendio che poteva aiutare le famiglie rimaste in Pakistan e in India.
I Carabinieri del nucleo operativo di Savona hanno operato nelle province di Barletta-Andria-Trani, Bergamo, Brescia, Ferrara, Genova e Messina assieme al Nil dell'Arma di Genova e Brescia al termine di una lunga indagine. E ora quell'inferno è finito con l'esecuzione di 8 misure cautelari in carcere emesse dal Gip del Tribunale di Savona e il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di 277.000 euro nei confronti della società bresciana. L'operazione, denominata Punjabi, è stata possibile grazie ad alcuni lavoratori di nazionalità indiana che avevano chiesto l'intervento dei carabinieri poiché erano stati estromessi dal posto di lavoro, allontanati dall'area di cantiere e chiusi fuori dall'alloggio che occupavano a seguito del loro rifiuto di cedere una parte del proprio stipendio ai referenti delle due ditte che li avevano reclutati. Dopo di loro i militari hanno raccolto altre 42 testimonianze. Diversi lavoratori hanno confermato che, pur risultando ufficialmente dipendenti e retribuiti dalle due società, dovevano restituire in contanti tra il 40 e 60% del loro stipendio ai connazionali, che gli riconoscevano al massimo 5 o 7 euro all'ora, per circa 140-250 ore di lavoro al mese. Se si rifiutavano rischiavano il licenziamento, di essere privati dell'abitazione e abbandonati sul territorio. A ciò si aggiungeva il timore di eventuali ritorsioni verso i familiari in India.
La vicenda ha provocato sdegno: soprattutto da parte del Pd e dei sindacati. La parlamentare dem Ghio ha annunciato una interrogazione alla Camera, la sindaca Silvia Salis, chiede che «si faccia chiarezza e mi auguro che la facciano presto». Per il governatore Marci Bucci è «una faccenda inaccettabile» ma si dice allibito per «alcune polemiche strumentali», mentre la Camera del lavoro parla di «gravità estrema» così come la Cisl.

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