Nella Val Brembana il bar rinasce come hub sociale: «Saremo motore del territorio»
di Marco Birolini, inviato a Villa d'Almè (Bergamo)
Nella piccola frazione di Bruntino, l’unico locale era chiuso da 4 anni. Ora ha riaperto grazie a un gruppo di ragazzi fragili ma determinati: «Se cade un vassoio non è un dramma»

Alle 9 del mattino il silenzio di Bruntino viene incrinato dallo scampanio di alcune mucche e dal canto di un gallo ritardatario. Al “Colle” si accende la macchina del caffè e si preparano le ciotoline con le bustine dello zucchero. La giornata del nuovo “hub sociale” inizia tra sorrisi, piccoli gesti e frasi morbide. «C’è da preparare il sacco dell’indifferenziata e aprire il cancello» avvisa l’educatrice Monica, che coordina la squadra da dietro il bancone. Lentamente ma con precisione, la macchina si mette in moto.
Dopo quattro anni di chiusura, la piccola frazione appollaiata sulla collina sopra Villa d’Almè ha visto riaprire il suo unico bar. La saracinesca si è rialzata a marzo, grazie alla co-progettazione del Comune e di tre cooperative (Oikos, Lavorare insieme, Impegno sociale), con il sostegno della Fondazione Comunità Bergamasca. Ci lavorano a turno 15 persone con fragilità psichica, chiamate a una missione non facile: trasformare un vecchio locale abbandonato in un solido punto di riferimento per un paesino i cui unici momenti di socialità erano rimasti la festa dell’oratorio, in luglio, e quella di san Mauro, il 15 gennaio. Ora invece si va al “Colle” per far colazione o godersi un aperitivo nel verde del parco, gustandosi la vista sull’imbocco della Val Brembana. I bambini ci vengono per partecipare a laboratori di lettura, le casalinghe frequentano il corso di ginnastica all’aperto. A fine mese ci sarà un incontro di yoga “innaffiato” da una degustazione di vini, se andrà in porto una raccolta fondi partiranno anche gli orti sociali e persino un “bio-hotel”, dove potrà alloggiare la microfauna locale. Niente male per un posto che era stato inghiottito dal degrado, tra occupazioni abusive e sgomberi forzati.
«Vogliamo diventare un generatore di eventi, capaci a loro volta di innescare tante altre cose positive» spiega Elisabetta Bianchetti, responsabile del progetto. «Siamo solo all’inizio e la strada è in salita – continua – perché bisognerà garantire la sostenibilità economica dell’attività, ma noi ci crediamo. Da cosa nasce cosa». Molto dipenderà dalla clientela, cioè dalla gente di Bruntino, per ora piuttosto tiepidina. Pesano ancora i disagi provocati dalla precedente gestione, con tensioni serali tra vicinato e avventori. «C’è un po’ di diffidenza, le persone arrivano più da fuori che dal paese. Ma piano piano capiranno che stiamo andando in una direzione diversa: questo non è solo un bar, ma anche un luogo dove persone con difficoltà si sperimentano in un impegno lavorativo, senza le tutele cui sono abituati ad esempio in un centro diurno. L’abbiamo chiamato “hub sociale” proprio perché vogliamo che sia un punto d’incontro tra fragilità e esigenze del territorio». L’ambizione è grande: far comprendere che disturbi dello spettro autistico e sindrome di down non devono condizionare la recensione del servizio offerto. «I nostri ragazzi non vanno compatiti, ma soltanto rispettati. Se ordini una brioche alla crema e te la portano al cioccolato bisogna farglielo notare, possibilmente senza innervosirsi». Un approccio pragmatico e altamente inclusivo che sembra aver fatto breccia, tranne poche eccezioni. è capitato che un ventenne di passaggio prendesse in giro un cameriere. Episodio sgradevole, chiuso però bruscamente proprio dall’uomo nel mirino: “Pensi che io sia qui a divertirmi? Non vedi che sto lavorando?”. La regola del “fare” smonta il misero gioco dei pregiudizi. E toglie i diversamente abili dalla loro comfort zone, abituandoli a fare i conti con limiti ed errori. «Di solito con queste persone si adottano atteggiamenti opposti, entrambi scorretti: li si rimprovera duramente, oppure li si circonda di “materassi” così spessi da impedirgli di sbagliare – spiega Bianchetti -. Lavorare in mezzo alla gente invece li rende più responsabili e consapevoli. Se cade un vassoio non è un dramma, capita a tutti di sbagliare. Lo si raccoglie e si ricomincia». Tra i tavoli si muove Elena, premurosa ma, ci tiene a dirlo, sempre discreta. «Mi piace venire qui, preparare il cappuccino, prendere gli ordini dei clienti. Mi avvicino e faccio due chiacchiere, senza disturbarli. Li vedo contentissimi di venire da noi, ho conosciuto anche due alpini e due poliziotti». Piccoli scampoli di quotidianità che regalano grandi benefici. «L’obiettivo è farli sentire utili – dice Bianchetti – e sembra che ci stiamo riuscendo. Abbiamo già la nostra clientela affezionata, anche se ancora mancano i giovani. Arrivano sporadicamente, una consumazione e via. La speranza è riuscire a coinvolgerli: presto ci apriremo al volontariato locale». Bruntino insomma osserva a distanza di sicurezza, un po’ sorpreso e un po’ curioso. La diversità è sempre una grande sfida con cui fare i conti in una metropoli, figurarsi in un piccolo centro di 900 anime ai piedi delle Prealpi. «Lasciami vedere com’è il bar, che non ci sono ancora entrata…» dice una donna all’anziana madre. Ma la signora la trattiene per il braccio. Oggi non è il momento, magari domani.
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