Il gasolio costa troppo: camion e pescherecci scelgono di fermarsi
di Cinzia Arena
Gli autotrasportatori siciliani e calabresi hanno annunciato un blocco che partirà venerdì e durerà per giorni. Il 22 in sciopero anche i pescatori. Rifornimenti a rischio e lo spettro di una nuova ondata inflazionistica

Lavorare costa troppo e così gli autotrasportatori calabresi e siciliani sono pronti a lasciare i camion fermi nelle piazzole. La protesta scatterà il 16 ottobre e durerà parecchi giorni: non si tratta di uno sciopero nazionale ma di due diverse iniziative, che si aggiungono a quelle spontanee di agricoltori e camionisti in Puglia e al blocco dei pescherecchi (questo sì a carattere nazionale) previsto per il 22 ottobre. Proteste che potrebbero causare problemi alle consegne delle merci e in prospettiva ai rifornimenti nei supermercati. Senza considerare gli effetti sui prezzi, con l'inflazione destinata ad aumentare nei prossimi mesi.
In Sicilia il Comitato dei trasportatori ha annunciato il fermo dei Tir nei porti dal 16 al 22 ottobre. Il coordinatore Salvatore Bella ha denunciato gli effetti del caro carburante e del rincaro dei collegamenti marittimi, che pesa in particolare su chi trasporta prodotti ortofrutticoli.
Tra i motivi della protesta il sistema europeo sulle emissioni ETS. Gli armatori ne trasferiscono i costi sui biglietti dei traghetti, aggravando lo svantaggio legato all’insularità che si traduce in percorsi più lunghi da compiere. Tra Ets e rincari dei carburanti traghettare con un camion costa fino a 700 euro in più a biglietto. A queste condizioni raggiungere i mercati del Nord Italia e dell’Europa significa di fatto lavorare in perdita. Alla mobilitazione partecipa anche Confindustria Catania che ha quantificato questi extracosti. Il prezzo del gasolio è cresciuto di 0,35 euro al litro rispetto a febbraio, superando i 2,16 euro a settembre. Per un veicolo pesante che percorra in media 100mila chilometri l'anno, si parla di mille euro al mese. Altro tasto dolente la mancata copertura della Sea modal shift (misura di rimborso per la logistica in modalità mista su strada e via mare) che doveva essere liquidata entro luglio ma non è stata ancora corrisposta. Le risorse stanziate hanno coperto circa un quinto del fabbisogno dichiarato dalle imprese, riducendo il contributo unitario da 30 centesimi a poco più di 6 centesimi per veicolo-chilometro. Da qui la richiesta dell’apertura di un tavolo permanente sull'insularità.
Stesso scenario dall’altra parte dello Stretto. La settimana scorsa gli autotrasportatori calabresi della Fedralog hanno indetto lo sciopero dal 16 al 20 ottobre. Girolamo Giovinazzo ha spiegato che per molte imprese il problema non è più soltanto l’aumento dei costi: «In molti casi non c’è la forza economica e la liquidità per poter garantire la circolazione dei nostri mezzi».
Intanto in provincia di Foggia oggi è stato il quarto giorno di proteste spontanee. A Cerignola agricoltori, autotrasportatori e commercianti (molti hanno aderito aprendo le saracinesche) sono scesi in piazza con mezzi pesanti e piccoli trattori in un corteo che attraversa le vie del centro cittadino.
La morsa del caro-gasolio sta travolgendo anche il comparto ittico tra proteste spontanee e una giornata di sciopero nazionale fissate per il 22 ottobre con il blocco simbolico dello stretto di Messina con cento pescherecci. Gli operatori chiedono un prezzo politico del gasolio per la pesca, con un tetto tra 60 e 70 centesimi al litro (oggi si attesta su 1,50 euro), per scongiurare il rischio di una crisi irreversibile della marineria. A Trapani la flotta da giorni è in stato di agitazione: le attività sono ferme e i pescatori hanno lasciato i documenti di bordo in Capitaneria di porto in segno di protesta per le risposte ritenute insufficienti da parte della politica. In dieci anni il prezzo del carburante è triplicato, mentre il reddito degli equipaggi è crollato dell'85% dicono i pescatori. Ma in questo caso la protesta corre lungo tutta la Penisola: da Caorle in Veneto a San Benedetto del Tronto nelle Marche con tempi di permanenza in mare "tagliati" per risparmiare sul gasolio. Il caro carburante acuisce una crisi dettata dalla concorrenza dei prodotti ittici stranieri e dalla carenza di manopodera.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire





