I giovani artigiani di pace: «Portiamo semi di speranza»
Due gruppi di italiani tra i 20-35 anni, per 15 giorni ciascuno, si stanno alternando in un percorso di volontariato in Cisgiordania: «Così ci siamo per loro,
ma possiamo anche testimoniare cosa subiscono ogni giorno nei territori occupati»

«Gli sguardi di ragazzi e bambini a Nablus che sotto i sorrisi spensierati nascondono una costante rassegnazione e paura; il prete spagnolo lì da 15 anni che mi dice “Tutti sanno che la possibilità di una vita migliore o una pace è ormai impossibile”; le parole di genitori che dicono di sapere che da un giorno all’altro potrebbero essere arrestati o uccisi, ma ormai ci sono abituati; quelle di una ragazza che mi spiega di come qui il sogno irrealizzabile della maggior parte dei bambini sia vedere il mare, nonostante si trovi solamente a circa 40 chilometri», le ragioni che lo hanno spinto ad andare in Cisgiordania nei territori occupati, Luca Bertorello – 20enne di Genova e studente di Biologia –, le ha ritrovate in queste esperienze vissute. Le condivide con Avvenire , quando è giunto quasi alla conclusione della sua esperienza di 15 giorni con “Artigiani di Pace” – il progetto che coinvolge l’Associazione Percorsi di Vita, in collaborazione con quella di Amici del Medio Oriente e la rete dei gesuiti Magis –, che ha portato giovani di circa 20-35 anni da tutta Italia a Nablus, Jenin, Taybe, Betlemme e il deserto di Giuda.

In questi luoghi si sono confrontati con realtà come parrocchie, Scout, associazioni mussulmane, villaggi beduini e la fattoria “Tenda delle Nazioni” nelle campagne di Betlemme. Il percorso ha alternato momenti di volontariato ad altri di preghiera e meditazione sull’esperienza, guidati dai gesuiti Francesco Cavallini e Giacomo Andreetta, e dal professore Davide Di Palma. La presenza a supporto del popolo in sofferenza si è articolata in due turni: i testimoni che abbiamo sentito sono tornati in Italia il 6 agosto, sostituiti dal secondo gruppo che rientrerà il 22. Per Luca, dopo aver incontrato direttamente quei volti, la ragione per andare è «di esserci per loro e farglielo sapere». Le attività in cui è stato coinvolto il 20enne, e tutti gli altri volontari, si articolano infatti in servizi concreti: nelle parrocchie di Jenin e Taybe, per esempio, hanno fatto animazione con i ragazzi, ma anche assistenza agli anziani, mentre a Nablus hanno collaborato con la Human Support Association, per formare bambini e mamme. Ma il servizio principale è stato l’animazione in un Summer Camp per i più giovani. Le visite hanno compreso luoghi di culto, campi profughi e villaggi beduini. Alla Tenda delle Nazioni, infine, hanno potuto condividere la dura vita della fattoria che si oppone all’occupazione e offre formazione, nonostante le siano state tagliate acqua e luce.
Sentiva di dover ritornare, per dare ancora una volta il suo sostegno, un altro 20enne – Pietro Roncallo, pure lui di Genova, dove studia Scienze Internazionali e Diplomatiche –, che aveva sperimentato già l’anno scorso quanto conti per chi vive lì, sapere che «c’è qualcuno che li guarda, comprende la situazione e si mette in moto». Di questa nuova esperienza con Artigiani di Pace, anche lui sente che porterà con sé molte immagini: «A Nablus, nei primi giorni in città, si sono registrate delle violenze dei coloni nei confronti dei palestinesi. Ricordo i volti dei miei compagni quando hanno realizzato cosa significhi vivere qui». Ma soprattutto, «mi porto la volontà rinnovata di raccontare a più persone possibili che cosa succede». Anche Eva Oberti, 23enne di Bergamo che studia Comunicazione a Milano, è andata per stare con persone che condividessero la stessa urgenza. Tra le scene emblematiche ricorda quando «al checkpoint tra Betlemme e Gerusalemme, i soldati hanno fermato una macchina con dentro due ragazzi e hanno iniziato a svuotargli la valigia e a controllare tutte le parti», ma anche come funziona la gabbia (i corridoi di transito in cui i palestinesi si mettono in fila per passare da una parte all’altra). Del resto, aggiunge invece Giacomo Bova (35enne country manager tra Genova e Milano), quello che colpisce di più «è la capacità di queste persone di riprendere ogni giorno la costruzione della loro vita, anche se l’occupazione rende difficile qualsiasi programmazione». In particolare, ricorda un ragazzo la cui vita è cambiata radicalmente dopo essere stato imprigionato ingiustamente. «Le lungaggini burocratiche lo hanno costretto in prigione per un anno, è passato da 80 a 45 chili, e una volta fuori non è riuscito più a sposarsi con la sua promessa sposa. Nonostante tutto, con grinta unica, porta avanti il corso gratuito di giornalismo per ragazze e ragazzi al Summer Camp», continua. I volontari italiani hanno seminato ma anche raccolto semi di pace. Come quando, «mi sono ritrovato io a ringraziare Daoud e la sua famiglia, per i quali ho lavorato gratuitamente, per la loro testimonianza di fede e di pace», racconta infine il 37enne Niccolò Tozzi, giornalista enogastronomico di Firenze.

Il senso che tiene insieme tutto ce lo dice, in conclusione, don Francesco Cavallini: «Abbiamo portato gesti di pace e amicizia molto semplici, ma in un contesto di violenza e odio è il nostro modo di affermare il bene, generare speranza». I giovani italiani sono andati per esserci, anche a prescindere dal percorso spirituale, spiega ancora. Ma attraverso l’esperienza, che implica anche giorni di meditazione e la messa al Santo Sepolcro, «pian pianino incontrano un Dio diverso da quello che hanno in mente o da come lo hanno ereditato, un Dio che si fa pane spezzato per gli altri. Viverlo sulla nostra pelle, rende tutto molto più accessibile».
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