Opinioni

Il «registro delle unioni» di Roma. Sbandierata confusione

Gianfranco Marcelli giovedì 29 gennaio 2015
Passata la festa, gabbata l’unione. L’assemblea di Roma Capitale ha infine approvato, tra cori ed evviva, il mitico registro pubblico nel quale tutte le coppie stabili conviventi, anche dello stesso sesso, potranno iscriversi. Nell’illusione, salvo i casi ben più consapevoli di adesione per pura militanza ideologica, di essere parificati ai matrimoni celebrati civilmente (o civilmente trascritti, in caso di nozze concordatarie). Illusione, appunto. Perché per primi i firmatari e i sostenitori della delibera votata ieri nell’Aula Giulio Cesare sanno che l’effetto giuridico reale della loro scelta è nullo o quasi: potrà al massimo innescare qualche ulteriore tentativo di forzare le regole, in sede amministrativa o civile, dando vita a nuovi battage mediatici a lunga durata. Grazie in particolare all’emendamento approvato in extremis sulla non meglio precisata "trascrizione automatica" delle  nozze gay contratte all’esteroMa l’obiettivo vero dell’operazione, ammesso senza tanti giri di parole da tutti i protagonisti, sindaco Marino in testa, è l’innalzamento del nuovo simbolo sul pennone della torre campanaria che sovrasta il Palazzo Senatorio. «Alto» è infatti, nelle parole stesse del primo cittadino, il «valore simbolico del provvedimento». Dimostrato, del resto, anche dalla presenza in massa dei capofila nazionali lgbt nell’aula consiliare al momento del varo. Si trattava insomma soprattutto di piantare una bandierina arcobaleno sulla piazza michelangiolesca del Campidoglio. E poco importa che, al pari della statua equestre di Marco Aurelio che da 35 anni vi troneggia al centro, si tratti di un falso: Roma è Roma, fa sempre effetto, anche in cartolina. Certo, se si guarda al grado di successo che gli analoghi registri aperti in altre città o centri minori della Penisola hanno avuto da ormai più di un decennio, non ci sarebbe da inquietarsi troppo. Anche se agitare lo "scalpo" della Capitale potrà forse avere un effetto di attrazione e di imitazione maggiore della media. Soprattutto se, come è prevedibile e come già si annuncia, l’eco della novità avrà un tempo di propagazione e un raggio di diffusione sufficientemente ampi. Se tuttavia al calmarsi delle acque si confermasse quello che il Bardo per primo definì "tanto rumore per nulla", ci si potrebbe chiedere il perché di tanta preoccupazione. La risposta è duplice. Anzitutto per le ricadute concrete della grande operazione illusionistica messa in scena da mesi nel "parlamentino" romano, destinate a colpire proprio quanti si attendono servizi o prestazioni che la delibera promette ma che non è giuridicamente in grado di mantenere. Si è fatta balenare, cioè, più solidarietà ed equità sapendo che agli slogan non seguiranno i fatti. Chissà, magari anche questo effetto-frustrazione è auspicato e messo in preventivo, nella speranza che lo scontento si autoalimenti e la protesta salga alta a livello di opinione pubblica, imponendo con la forza quello che con le regole democratiche non si è riusciti a ottenere. Non sarebbe la prima volta che la piazza si impone al diritto e al principio di maggioranza.Il secondo e non meno serio motivo di preoccupazione è l’ulteriore massiccia dose di confusione culturale inoculata nelle vene di una società già abbastanza disorientata. Volere a tutti i costi equiparare quello che uguale non è e non sarà mai (basti pensare al ruolo genitoriale) vuol dire ingannare i più deboli e i più sprovvisti di senso critico. Siamo esattamente nei confini di quella strategia di colonialismo culturale, che il cardinale Angelo Bagnasco ha denunciato appena lunedì scorso nella sua prolusione al Consiglio permanente. A proposito di Marco Aurelio, ci vorrebbe la sua tempra morale per ribellarsi alla corrente. «Volgi subito lo sguardo dall’altra parte», scriveva nei suoi Ricordi, denunciando la vanità «di tutto quel gran rimbombo» e invitando a sottrarsi «alla volubilità e alla superficialità di tutti coloro che sembrano applaudire». Ma per la gente comune è difficile. E approfittarsene non è giusto.