Opinioni

Una strage quasi ignorata in Iraq. Quel "no" di donne

Marina Corradi sabato 20 dicembre 2014
Centocinquanta donne irachene, alcune delle quali incinte, sono state uccise dall’Isis per essersi rifiutate di sposare i miliziani cui erano destinate. La notizia, data dal Ministero iracheno per i diritti umani e riportata due giorni fa anche su questo giornale, non ha avuto grande eco mediatico - l’eccesso di orrore finisce col generare una assuefatta indifferenza. La strage è avvenuta nella regione di Falluja, e le vittime sono state sepolte in fosse comuni nei pressi di quella città. «Di cosa vi stupite? Questa gente è capace di ogni atrocità», ha commentato il vescovo ausiliare per i caldei di Baghdad, monsignor Warduni, interpellato da "Avvenire". Dunque non c’è da meravigliarsi della atroce sorte di queste centocinquanta giovani donne, molte delle quali yazide, che, rapite alle loro famiglie e messe sull’ignobile mercato che commercia le persone come bestie, hanno preferito farsi ammazzare piuttosto che consegnarsi a una vita da schiave. Perfino, fra loro, ce ne erano di incinte: ma tanto intollerabile doveva apparire l’inevitabile destino che anche queste hanno giudicato preferibile l’ultima libertà che è data all’uomo, quella di morire piuttosto che cedere all’ingiustizia.E la storia di questo massacro passato nel silenzio potrebbe lasciare i pochi che ne leggeranno semplicemente nel più cupo sconforto. E tuttavia, nel grido muto che sale da quelle fosse, nello strazio di una esecuzione barbarica che forse non passerà - neanche come eco indignata - sulle nostre tv, viene da osservare un particolare non irrilevante: la violenza cieca dei jihadisti questa volta ha avuto una risposta, impotente certo, anzi come da martiri, da parte di centocinquanta donne e ragazze, e future madri con un figlio in grembo. Dopo mesi vissuti nel regno della ferocia, tra omicidi e decapitazioni, queste sconosciute irachene non hanno potuto sopportare di essere arruolate nell’esercito del male: come "spose" coatte, come produttrici di figli da consegnare a loro volta alla macchina di crudeltà cieca che è lo Stato islamico del nuovo "califfo". Hanno detto di no, preferendo la morte. Può apparire la vittoria del male questa ecatombe, questo nulla che si alza dalle periferie polverose di Falluja. Tuttavia, se quelle donne e i loro figli in grembo sono morti, proprio dal silenzio dalle fosse in cui giacciono si leva un segno che dovremmo riconoscere: il germe di una rivolta, impotente certo, disperata, e però anche un fiero "no" a tanto male. Perché va contro la umana natura che una donna che aspetta un bambino scelga di lasciarsi ammazzare, piuttosto che assoggettarsi e però vivere, e dare alla luce il figlio; ma evidentemente la bestialità vista, subita, appresa da quelle irachene supera perfino l’istinto di sopravvivenza. Ha una intensità da tragedia greca questa misconosciuta carneficina; ma reca in sé forse, come un povero, indifeso seme, il germe di un principio di rivolta. La ribellione delle donne agli uomini del loro stesso popolo, accecati nelle fila di un fanatismo sanguinario. La ribellione delle madri, che non tollerano di mettere alla luce figli, perché siano divorati da un mondo spietato. La ecatombe delle donne e delle madri di Falluja somiglia a un martirio, che si erge contro il non-umano: morire, ma non lasciarsi ridurre a cose, oggetto di piacere, produttrici di nuove donne da usare, di nuovi uomini da arruolare in una tenebrosa guerra. Giacciono senza un nome, eppure le vittime di Falluja testimoniano una petrosa resistenza alla violenza. Meglio la morte, che vivere nel regno del male. (Dove poi "morte", per quelle donne, significa probabilmente il tornare da un Dio che non è quello, terribile, della "guerra santa"; sta per l’affidarsi all’abbraccio di un Dio amante della vita, e non della morte).