Opinioni

Il dibattito. L'ora di una nuova alleanza per rilanciare il matrimonio

Chiara Giaccardi mercoledì 15 gennaio 2020

Le conquiste di libertà della modernità sono di slegamento. Per essere liberi bisogna potersi slegare: dalle persone, dalle promesse, persino dal proprio corpo Io sono tanto più libero quanto più mi posso slegare Il matrimonio è decidere di correre insieme l’avventura della vita. Lasciandoci provocare, scomodare dall’altro Tutta la battaglia dei «diritti individuali» è fondata sulla rottura dei legami e ha prodotto solitudine, povertà e disagio Ripartire da una antropologia relazionale

II lliberal americani hanno scoperto l’acqua calda. Mi ha colpito il pezzo di Elena Molinari su Avvenire dell’8 gennaio perché dimostra, con dati alla mano e da fonti non sospette (o al massimo sospette di remare contro) una verità di buon senso, antropologica prima che sociologica o morale: insieme si vive meglio che da soli, e il matrimonio è una protezione contro l’impoverimento, la crescita delle disuguaglianze, l’abbandono scolastico e molto altro.

È una questione di concretezza, a fronte delle astrazioni delle quali la nostra cultura è imbevuta e che stanno mostrando, una alla volta, il loro dark side.

La prima astrazione, dalla quale tutto discende, è quella dell’individualismo: l’idea che siamo individui, entità compiute e autosussistenti, che difendono la propria identità e i propri confini (la privacy, per la quale non a a caso la nostra lingua non possiede nemmeno una parola) cercando di ridurre dipendenze e interferenze – salvo, poi, legarsi a sistemi tecnici per i quali non siamo che numeri, o entità da monitorare per aumentare l’efficienza del sistema. Tutta la battaglia dei diritti individuali, nata sulla giusta causa della dignità di ogni singolo essere umano, ha presto preso la deriva dell’astrazione: cioè della separazione, dello slegamento. Per essere liberi bisogna potersi slegare: dalle persone, dalle promesse, persino dal proprio corpo. Io sono tanto più libero quanto più mi posso slegare.

L’altro, se non è uno strumento, è un limite alla mia autorealizzazione (uno degli imperativi della modernità che tanta pressione mette sulle spalle di ciascuno, come Bauman aveva giustamente sottolineato). E il limite va rimosso, abbattuto, annientato. Niente deve limitare la libera espansione dell’io assoluto (sciolto dai legami). I n fondo tutte le 'conquiste' di libertà della modernità sono conquiste di slegamento, dove la posta in gioco è un conflitto di libertà e dove per forza uno vince e l’altro perde: dal divorzio all’aborto al genere come scelta esclusivamente individuale, tutto è all’insegna dello slegamento e del tentativo di abbattere ogni limite che l’alterità in relazione può porci.

Questa via, perseguita da una sinistra liberal che si è trovata senza neanche rendersene conto saldata agli interessi del tecnocapitalismo (con una operazione perfettamente riuscita di egemonia culturale) e ha finito per consegnare il proprio elettorato ai populismi (che in maniera rozza esprimono il bisogno di un ritorno ai legami) ha mostrato ormai tutta la sua debolezza. Non siamo più liberi. Siamo più soli, più vulnerabili, più depressi – il consumo di psicofarmaci è aumentato enormemente in tutte le fasce di età. Più poveri. Attenzione però.

Nessuno vuole porsi nella posizione del fratello maggiore della parabola del figliol prodigo e sentenziare 'ecco, ve l’avevo detto, vi sta bene'. Il rischio della libertà va corso e il cattolicesimo è religione di libertà. Noi moderni abbiamo preso in mano la nostra vita, rivendicato la nostra parte di eredità e ce ne siamo andati là fuori. Abbiamo corso il rischio. Adesso forse è venuto il momento di renderci conto che una nuova alleanza è necessaria con ciò che avevamo rifiutato. Un’alleanza più matura, da entrambe le parti. Per cui il matrimonio non può essere né un dovere morale né una soluzione contrattuale (e quindi in qualche modo tecnica) per fronteggiare i pericoli della società contemporanea. E soprattutto, non può essere solo un patto tra individui, per migliorare le proprie condizioni di esistenza.

Da questo punto di vista il tanto citato film Storia di un matrimonio è esemplare, in senso distopico. Un film che mette in evidenza lo squallore, avvolto da buone maniere, di un contratto tra due individui che si scioglie, non importa a quale prezzo, quando diventa un limite alla 'libera' autorealizzazione di una delle due parti. E presa la decisione, ogni possibilità di annientamento dell’altro (senza cattiveria, così va il mondo) diventa lecita. Ci pensano le procedure, basta affidarsi all’avvocato più scaltro, per chi se lo può pagare. Non è molto cinematografico, ma forse il film avrebbe dovuto chiamarsi 'storia di due monadi'. Si sta insieme, educatamente (solo una volta i personaggi perdono le staffe, poi si chiedono scusa ma nulla cambia nella dinamica tra i due) cercando di non prestarsi i piedi. Cioè restando ciascuno nella propria bolla, impermeabile. La tua libertà finisce dove comincia la mia, e marchiamo bene il confine.

L’alterità dell’altro, se si fa sentire, irrita. Finché diventa insopportabile. Il limite è solo negativo, una riduzione di libertà, anziché un potenzialmente positivo inciampo per uscire da sé stessi. Il matrimonio è tutt’altra cosa. È decidere di correre insieme l’avventura della vita. Lasciandoci provocare, scomodare dall’altro. Che non solo non ci impedisce di essere liberi, ma diventa occasione di una libertà che non avremmo altrimenti conosciuto, prigionieri come siamo dei nostri limiti personali. Alla definizione individualistica di libertà preferisco quella relazionale di Bonhoeffer: «Essere libero significa essere-libero-per-l’altro, perché l’altro mi ha legato a sé. Solo in rapporto all’altro sono libero».

Se non ci leghiamo a niente, se non riusciamo a far esistere qualcosa e a prendercene cura, la nostra libertà è vuota. Cioè nulla. Serve però una antropologia diversa da quella che diamo per scontata senza nemmeno rendercene conto, cosa che ci impedisce ogni reale cambiamento. Una antropologia relazionale, dove la relazione non è il prodotto di individui già 'individuati', ma la condizione stessa del loro esistere e del loro farsi, del loro diventare se stessi – un processo che dura tutta la vita. È quello che un filosofo totalmente laico, Gilbert Simondon, chiamava «il realismo delle relazioni». La relazione ha dignità ontologica. Noi siamo nella relazione. L’essere stesso è relazione (il «tutto è connesso» di cui parla Papa Francesco nella Laudato Sì) e dunque dinamismo. Per i credenti, Dio stesso è relazione. La relazione è ciò che concretamente segna la nostra esistenza. E 'concreto' non significa materiale, ma, appunto, relazionale, dove tante dimensioni, anche contraddittorie e conflittuali, coesistono sfidandoci a trovare vie originali di ricomposizione. Un concreto che è fatto anche di invisibile. Perché «Tutto è impastato di infinità», come scrive Mariangela Gualtieri in una delle sue belle poesie. Per questo colpisce il livello di astrazione della cultura contemporanea, espresso benissimo dal film di Baumbach e la violenza implicita, mascherata da diritto individuale, che mi pare molti commentatori, per altri versi molto sensibili, non abbiano colto affatto.

L’ astrazione agisce come un bisturi rescindendo legami che hanno consistenza nel tempo, che sono il mondo dentro il quale siamo diventati ciò che siamo, decretandone (in modo generalmente unilaterale) l’irrilevanza. Nel film, per esempio Nicole intima alla madre di smettere di volere bene a Charlie, perché lei 'deve stare dalla sua parte'. Tutto il mondo affettivo, la storia personale, i vissuti della madre d’improvviso devono contare zero. Lo stesso per la sorella. Dove, e di chi è la libertà qui? Non è artificiale e astratta questa operazione? Per non parlare del piccolo Henry, che vede improvvisamente crollare il suo mondo e si trova conteso e spostato come un pacco postale.

Dove sono i suoi diritti? Se teniamo il punto di vista individuale per affrontare le questioni non ne usciremo mai, e il futuro non può che essere quello che già vediamo all’opera: solitudine, depressione, aumento delle disuguaglianze, nuove povertà (perché due genitori separati non sono più liberi, sono solo più poveri e quindi più dipendenti da altri e dalle circostanze). Non è una soluzione morale che ci salverà né una strategia socioeconomica ma un cambio di paradigma antropologico. Che, tra l’altro, è uno dei pochi punti di resistenza possibili allo strapotere della tecnica e delle sue derive disumanizzanti: concretezza e relazionalità, integralità delle dimensioni che ci costituiscono, integrità della persona in relazione e totalità del genere umano. Con le parole di Bonhoeffer: «Sii un tutto, in cui si è compreso ciò che si è e ciò che si riceve dagli altri».