Opinioni

Magistero del Papa e tristi pochezze. La via giusta

Mimmo Muolo sabato 11 luglio 2015
È difficile non accorgersi dello scarto sempre più evidente tra l’alto magistero sociale che Francesco sta dispiegando nel suo viaggio in America Latina e certe letture ideologiche dei suoi discorsi. Letture accreditate sia da parte di chi cova nei suoi confronti intenti denigratori (perfino con la pretesa di insegnare al Papa il suo "mestiere"), sia da parte di quelli che al contrario vorrebbero arruolarlo a ogni costo dalla propria parte. Lo scopo è però coincidente: oscurare il suo insegnamento proprio in un contesto in cui – anche per l’uso della lingua natìa – esso ha avuto la maggiore efficacia possibile. La vicenda del simbolo con il Crocifisso sulla falce e il martello, donato al Papa dal presidente boliviano Evo Morales è in tal senso emblematica. Il gesto (che la stessa Radio Vaticana ha definito un «regalo insensato», a prescindere dalla preziosa genesi del simbolo tutta interna a una storia cristiana di dialogo e di martirio) ha avuto sui media di tutto il mondo molta più risonanza delle parole con le quali papa Bergoglio ha condannato «l’idolatria del denaro» che genera povertà; ha invitato a un uso dei beni non secondo l’ottica rigidamente possessiva della proprietà privata, ma piuttosto come si fa in famiglia; ha messo in guardia dallo sfruttamento delle risorse naturali a danno degli ultimi (riprendendo i temi della recente enciclica) ed è tornato a chiedere che «l’economia sia al servizio di tutti». Non certo temi di secondo piano, specie in un’area alla ricerca di una via alternativa allo sviluppo. Eppure quel dono è bastato a fomentare un nodo gordiano di interpretazioni controverse e caricaturali che ha distolto l’attenzione dal focus dei problemi.Per fortuna Francesco sa bene che l’unico modo per sciogliere un nodo gordiano è tagliarlo di netto. E così ha fatto ieri il Papa con la decisione di lasciare le "onorificenze" ricevute da Morales in dono alla Madonna di Copacabana, patrona della Bolivia. Un modo per rimettere tutto nella giusta luce e richiamare l’attenzione dei commentatori sulla vera natura della missione del Successore di Pietro, anche quando si cala in contesti fortemente politicizzati come quello di questi giorni. A differenza, infatti, di quanti – pur da opposti schieramenti – alimentano solo leggende (il papa "comunista" o comunque tout court "anticapitalista"), Francesco ha seminato nella «sua» America latina parole e idee che attingono alla fonte della Dottrina sociale della Chiesa e la rendono più ricca, in aderenza al Vangelo e nel confronto con i problemi della modernità. Una Dottrina che – ha ribadito il Papa – «non è una ideologia». E se è parso a qualcuno che egli stesse "da una parte", è perché della Dottrina sociale ha dato anche in questa occasione un’interpretazione perfettamente coerente con la sua natura di corpus di insegnamenti ancorato a precisi capisaldi, a cominciare dalla scelta di Cristo per i poveri e per gli umiliati. Un corpo vivo e dotato, dunque, di forza evolutiva, in quanto collegato con la realtà e le sue trasformazioni. Prima tra tutte la globalizzazione, che è il vero orizzonte sul quale collocare questa visita e i suoi temi.L’enfasi data a certi episodi (aggiungiamoci anche lo stupore per l’utilizzo di un Burger King come sagrestia della Messa a Santa Cruz in Bolivia) e la sordina imposta a tutto il resto possono essere visti anche come l’incapacità di comprendere la vera valenza di un viaggio che, a torto, si vorrebbe catalogare come eminentemente "regionale". In realtà, invece, il Papa ha parlato al mondo intero, compresa (come è stato già ricordato su queste stesse colonne) la Vecchia Europa alle prese con la crisi greca. Francesco ha affrontato in sostanza i problemi di un mondo globalizzato, manifestando la necessità di un cambiamento, in cui non siano solo i ricchi a imporre i loro modelli di rigore e di sviluppo, ma emerga anche la voce delle periferie, cioè di un mondo che proprio perché quotidianamente alle prese con fenomeni come esclusione e povertà, può diventare laboratorio creativo di un modello di sviluppo non esclusivamente legato al potere del denaro e della finanza. In tal senso, dunque, il suo viaggio non finirà domenica, ma si concluderà idealmente a settembre, quando all’Onu il Papa si farà voce di tutti gli esclusi, i poveri, gli emarginati, i carcerati e anche dei movimenti sociali ascoltati in questi giorni. Non certo per sostituire alla "dittatura" dei ricchi quella dei poveri, ma per promuovere un nuovo fecondo incontro tra fratelli, che in un mondo così globalizzato, se non altro conviene a tutti. Ed è la via giusta.