Opinioni

Vergogna non alibi le procedure. La sola regola torni a essere «salvare»

Vincenzo R. Spagnolo giovedì 2 marzo 2023

Perché il barcone con circa 180 persone a bordo diretto verso le coste calabresi non è stato soccorso dai mezzi navali italiani in condizioni di farlo? È la madre di tutte le domande. E, dal giorno del naufragio davanti alla spiaggia di Steccato di Cutro, le risposte ufficiali o ufficiose suonano più o meno così: chi doveva uscire in mare è uscito, ma il mare era grosso e dunque è rientrato; era partita come una operazione di law enforcement, cioè di polizia e non di soccorso; dall’alto non sembrava una navigazione in situazione di pericolo, la segnalazione dell’affondamento è arrivata tardi… Come a dire: purtroppo è finita in tragedia, ma non è colpa di alcuno, se non del cinismo dei presunti scafisti, e comunque le regole d’ingaggio sono state rispettate.

Competerà eventualmente alla magistratura accertare se effettivamente i protocolli siano stati eseguiti alla lettera o se invece ci siano gli estremi per indagare per omissione di soccorso o altri reati i presunti responsabili. Ma la domanda rimane. E le precisazioni incrociate dell’agenzia europea Frontex, della Guardia costiera e della Guardia di Finanza non sciolgono i dubbi, dando il beffardo senso dello scaricabarile. Ancor più dopo le considerazioni del comandante della Capitaneria di porto crotonese, Vittorio Aloi. « Il mare era forza 4, ma alcune nostre imbarcazioni possono operare anche con forza 8.

Perché non siamo usciti? Le nostre regole di ingaggio sono una ricostruzione molto complessa», spesso «non promanano dal Ministero a cui appartengo» (quello dei Trasporti) ma «da quello dell’Interno».

Insomma, a un interrogativo crudo e semplice – perché chi poteva intervenire in soccorso non è intervenuto? – le risposte di queste ore sono distinguo e puntualizzazioni su regole e competenze, intricati accertamenti. Ma perché di fronte a un’emergenza costante (che ossimoro!), le traversate irregolari e rischiose del Mediterraneo da parte di persone profughe e migranti, la messa in moto dei soccorsi è diventata via via regolata da procedure più “complesse”, che intersecano le competenze di diversi Ministeri e perfino di enti europei? Se arriva una segnalazione su uno scafo con 200 persone a bordo in mare aperto d’inverno, perché non si ragiona immediatamente in termini di soccorso e solo dopo di operazione di polizia?

Non appare prioritario salvare decine o centinaia di vite, rispetto all’arrestare uno o due scafisti, che comunque potranno essere poi individuati? E perché, se le vedette della Finanza tornano in porto per il «mare grosso », non c’è un input che preveda di rimpiazzarle al più presto con navi Guardacosta, più robuste e attrezzate per i salvataggi? Chi scrive è salito su quelle imbarcazioni, durante l’ondata di arrivi dall’Africa dei primi anni duemila. Ebbene, non appena arrivava una segnalazione di un natante stracarico di migranti, dalla centrale della Guardia costiera a Roma partiva l’allerta a tutti i mercantili, pescherecci e navi militari) nei paraggi. Il più vicino si precipitava a soccorrere. È la legge del mare, semplice e millenaria.

La rispettano i marinai di tutto il mondo, senza perder tempo in chiacchiere perché ogni istante può voler dire una vita in meno, E non occorre far parte di un’organizzazione umanitaria per comprenderne la portata etica e civile. Su di essa però, viene spiegato ora, si sono innestate e affastellate «procedure complesse». Che perdono di senso e di significato, o ne acquistano uno solo sinistro, di fronte alle 67 bare nel Palamilone e alle urla strazianti dei familiari sopravvissuti. Siamo in attesa di capire se, a un eventuale accertamento penale, si affiancherà una qualche assunzione di responsabilità politica, che per ora sembra non arrivare (il ministro dell’Interno Piantedosi, incalzato dalle opposizioni, imputa a Frontex di non aver segnalato pericoli, quello dei Trasporti Salvini minaccia querele per chi infanga la Guardia costiera), forse l’amara lezione che Governo e Parlamento, e noi con loro, possono trarre da questa tragedia è che le emergenze umanitarie si possono anche dichiarare pure questioni di polizia ma restano drammi umani.

E che mentre si ragiona su come interrompere le partenze irregolari e davvero alla disperata di persone senza alternative, è necessario risemplificare le regole di soccorso e fare interventi rapidi, con mezzi navali adeguati. In claris non fit interpretatio, recita un brocardo latino, con leggi chiare non servono interpretazioni. Con la primavera, come ogni anno, i barconi aumenteranno, su tutte le rotte. L’esecutivo, sinora concentrato a punire le navi umanitarie delle ong per il “reato” di soccorso in mare, avrà il coraggio di cambiare rotta e di disegnare nuove norme di rapida applicazione? A meno che, proprio per non intervenire, non ci si voglia nascondere sotto la coperta delle procedure complesse. Una coperta corta, tragicamente corta, che non coprirà mai la lacerante vergogna di tenere navi ed equipaggi in porto mentre uomini, donne e bambini affogano in mare.