Riforma elettorale, pensare bene ai tempi e al consenso
Contano contenuti, tempistica e metodo: non sono consigliabili modifiche a ridosso del voto, mentre sarebbe necessario un largo consenso. Evitando forzature e coinvolgendo davvero il Parlamento
Nel giudizio sulla riforma elettorale contano soprattutto i contenuti, ovviamente, ma non soltanto. Anche i tempi e il metodo dell’approvazione parlamentare hanno una loro oggettiva rilevanza. E’ abbastanza intuitivo – o meglio: dovrebbe esserlo – che una legge di così immediato e decisivo impatto sul processo democratico dovrebbe raccogliere un consenso il più possibile ampio. E non dovrebbe essere modificata troppo spesso e specialmente a ridosso delle elezioni. Il Codice di buona condotta in materia elettorale della Commissione di Venezia (l’organo di assistenza costituzionale del Consiglio d’Europa) nel 2001 raccomandava di evitare cambiamenti sostanziali nell’anno che precede il voto. La Commissione è tornata sull’argomento nel 2024 con specifico riferimento all’Italia in un parere richiesto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (allora si trattava del Rosatellum).
Gli interventi della Commissione non sono vincolanti ma indicano dei criteri che non dovrebbero essere aggirati con leggerezza. Per quanto riguarda la riforma proposta dalla maggioranza e attualmente in discussione, la tempistica dichiarata prevede una prima lettura entro l’estate e il via libera definitivo entro la fine dell’anno. Poiché la legislatura in corso finisce nell’ottobre 2027, rispetto ai termini consigliati dalla Commissione di Venezia (e dal buon senso) saremmo già oltre. Ma non è difficile immaginare che la politica farà comunque il suo corso, tanto più che sull’argomento nessuno ha titolo per scagliare la prima pietra. Basti pensare che il Rosatellum porta la data del 3 novembre 2017 ed è stato applicato già nelle politiche del 4 marzo 2018, appena quattro mesi dopo. Va però sottolineato che la legge che ha introdotto questo sistema è stata approvata con una maggioranza larga e trasversale (Pd, Forza Italia, Lega, Alternativa popolare, Alleanza liberal-popolare ecc.). Il che in termini di democraticità della decisione è un elemento fondamentale in una materia istituzionalmente così delicata. Verrebbe da dire che se questa riforma va fatta, che sia fatta bene, non all’ultimo secondo e coinvolgendo il più possibile il Parlamento. Su questo piano occorre certamente una disponibilità delle opposizioni, ma il compito incombe per definizione soprattutto sulla maggioranza di turno. La lezione del referendum sulla giustizia potrebbe giovare.
Sui tempi della riforma, peraltro, si è aperto un altro filone critico secondo cui la maggioranza potrebbe puntare a un’approvazione in extremis per rendere problematico un eventuale ricorso alla Corte costituzionale. Qui occorre tener conto che una volta effettuato il voto con le nuove norme, le Camere resterebbero pienamente operative e i loro atti validi anche nel caso in cui quelle norme venissero successivamente dichiarate incostituzionali, fino a nuove elezioni con regole costituzionalmente corrette. Vale infatti “il principio fondamentale della continuità dello Stato”. C’è un precedente specifico in tal senso, la sentenza 1 del 2014, quella che bocciò il Porcellum. Speriamo comunque che a nessuno venga in mente di azzardare queste scorciatoie: di solito si ritorcono contro chi le pratica.
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