«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
Che una voce oggi, proprio nel mio oggi, arrivi fino al mio orecchio e mi sussurri «Non sia turbato il tuo cuore» è favore inaspettato, perché questo mio oggi è pieno di incertezze, di paure, di rancori. Come evitare il turbamento, come non lasciarsi indignare, rattristare, come non provare pena e non soffrire del quotidiano che si srotola oggi dopo oggi? Eppure sembra detto proprio a me: «Non lasciare che questo turbamento sia per te la parola definitiva, la chiusura alla speranza, la fine». E allora no, non voglio leggere le parole seguenti di Gesù che parlano di casa, come una consolazione finale, come il premio post mortem a cui ambire. Voglio piuttosto pensare a quella “dimora” come un angolo di casa in cui essere accolto nonostante i miei mille sbagli, i miei mille turbamenti, un angolo in cui trovo stabilità quando tutto intorno sembra frantumarsi. Un pezzetto di paradiso, ma nell’oggi. Dove posso imparare ad amare anche quel che non controllo. E certo, devo poterci arrivare a quella casa, ed ecco che quella voce oggi mi dice: «Sono io la via»: non mi dà una mappa, ma una direzione, non mi affida una dottrina, ma una persona, un incontro, una relazione. La strada non si possiede, si percorre insieme, anche quando non so cosa c’è dietro ad una curva, anche quando i piedi sono stanchi e fanno male. Perché in quella strada posso finalmente sentirmi autentico, vero, trasparente, amato completamente. Solo così, su quella via, la verità diventa non un’idea, non un qualcosa di astratto da difendere, ma è esperienza, fatto concreto, insomma vita. Non più un’arma per affermare le mie ragioni, ma una unità interiore che libera. Pone delle domande oggi Gesù, domande profonde, scabrose come pietre: «E se il senso della vita non fosse un punto di arrivo, ma una strada da fare insieme? E se la verità non fosse qualcosa da difendere, ma piuttosto da incarnare? E se la vita fosse solo un fiducioso affidarsi?». La promessa è immensa, quasi scandalosa: «Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste». Fiducia per fiducia: ce la chiede il nostro Dio, ma solo perché Lui ne ha esageratamente in noi. Una fiducia sconfinata.
(Letture: At 6,1-7; Sal 32; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12)
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