In Serbia l’ultimo saluto a Mladić tra folla e bandiere: «Un eroe nazionale»
di Redazione
Decine di migliaia di persone sono attese per l’addio al comandante serbo-bosniaco condannato all’ergastolo per il genocidio di Srebrenica. Bandiere, slogan e magliette celebrano quello che ancora una parte dei serbi considera un eroe. Il presidente Vučić, stretto tra le critiche di Bruxelles e il proprio elettorato, ha scelto di non partecipare
Il «Macellaio di Srebrenica», morto il 27 agosto all’Aja mentre scontava l’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, viene sepolto oggi a Belgrado. Decine di migliaia di persone sono attese per le esequie, mentre il governo serbo garantisce sicurezza e ordine. L’Ue aveva definito «inaccettabile» l’ipotesi di un funerale di Stato. Il presidente Aleksandar Vučić non parteciperà. La salma di Ratko Mladić è esposta dalle prime ore del mattino nella chiesa ortodossa di San Luca, nel quartiere Vidikovac. Una folla ha cominciato a radunarsi già dalle 7, con centinaia di persone in fila per rendere omaggio al generale serbo-bosniaco, condannato per le atrocità commesse durante la guerra in Bosnia negli anni Novanta. Molti indossano magliette con immagini e slogan in suo onore, mentre le bandiere serbe sono esposte nelle strade circostanti. Un grande striscione recita: «Benvenuto, Generale, grazie a tua madre per aver dato alla luce un eroe, affinché la gloria della Serbia possa tornare».
«Sono qui per dare l’ultimo saluto al generale, un eroe nazionale», ha detto all’Afp Radojka Visic, pensionata arrivata dalla Republika Srpska, l’entità serba della Bosnia. «Non sono riusciti a sconfiggerci sul campo di battaglia, quindi lo hanno mandato in prigione e lo hanno torturato lì», ha aggiunto, riferendosi alla comunità internazionale. Alle 12.30 la salma sarà trasferita al cimitero di Topčider per la cerimonia funebre. Mladić sarà sepolto accanto alla figlia Ana, morta suicida a 23 anni nel 1994, nel pieno della guerra. Alla cerimonia non sono stati invitati capi di Stato o di governo né notabili stranieri, ma è annunciata la presenza di figure di primo piano della Republika Srpska, tra cui l’ex presidente nazionalista Milorad Dodik.
Il generale aveva già ricevuto onori militari giovedì scorso, quando il feretro, rientrato dall’Aja, è arrivato all’aeroporto Nikola Tesla di Belgrado. Un picchetto di soldati in mimetica ed elmetto lo aveva prelevato, avvolgendolo nella bandiera serba e in quella della Republika Srpska, prima di trasferirlo all’Accademia medica militare per l’autopsia. Sabato, alla Casa dei militari serbi, circa 300 persone hanno partecipato a una commemorazione organizzata da un’associazione di generali dell’esercito serbo, in servizio e in pensione. Presenti anche il figlio Darko, il ministro della Giustizia Nenad Vujić e rappresentanti della Republika Srpska.
Il governo di Belgrado ha scelto di non organizzare un funerale di Stato, dopo che l’Unione europea aveva giudicato «inaccettabile» questa eventualità. Il presidente Aleksandar Vučić, che pure ha difeso il diritto dei serbi a non essere «umiliati» da accuse che definisce infamanti, ha annunciato che non sarà presente, ufficialmente perché impegnato nella visita di Stato del presidente uzbeko. Una posizione che gli consente di tenere insieme, ancora una volta, due esigenze difficilmente conciliabili: i rapporti con l’Europa e il consenso di una parte dell’opinione pubblica serba, per la quale Mladić resta, nonostante le condanne, un eroe o almeno un capro espiatorio.
La morte del generale arriva del resto in un momento politicamente delicato, alla vigilia delle elezioni anticipate del 25 ottobre. I partiti europeisti di opposizione e gran parte del movimento studentesco hanno preso nettamente le distanze da ogni celebrazione, mentre gruppi nazionalisti hanno moltiplicato manifesti, raduni e omaggi. Anche la commissaria europea all’Allargamento, Marta Kos, ha annullato una visita prevista a Belgrado. A denunciare responsabilità nella morte del padre è stato il figlio Darko Mladić, che ha accusato il Meccanismo residuo dell’Aja: «Me lo hanno ucciso davanti agli occhi». Secondo il figlio, «cure negligenti e deliberata somministrazione di oppiacei troppo potenti» avrebbero provocato il decesso. Nell’ultimo anno aveva più volte chiesto al governo serbo di intervenire, sollecitando il trasferimento del padre in patria per gli ultimi giorni di vita. Richieste che avevano suscitato forti proteste in Bosnia, in particolare da parte dell’associazione delle Madri di Srebrenica, e che erano sempre state respinte. Mladić, comandante militare delle forze serbo-bosniache durante la guerra, era stato condannato all’ergastolo all’Aja per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, compreso il genocidio di Srebrenica del 1995. La sua morte non ha dunque chiuso il conflitto sulla sua memoria: oggi, a Belgrado, il funerale diventa anche il teatro di una contrapposizione ancora aperta sulla storia della guerra e sull’identità della Serbia.
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