Perché l’anello nuziale di Odoardo Focherini è la “reliquia” del giornalista beato
Nella Cattedrale di Carpi è custodita la vera dell’amministratore dell’Avvenire d’Italia, che fu anche cronista e sotto il nazifascismo fece fuggire decine di ebrei: morì in un lager, la Chiesa oggi lo venera come martire. Ma il suo segreto è tutto in quell’anello

Amministratore ma anche giornalista, e non si capisce quale profilo prevalesse sull’altro. E poi, attivista nelle associazioni cattoliche, intellettuale, operatore umanitario, laico impegnato per la causa della pace, militante accanto ai perseguitati politici, promotore della libertà di pensiero e di informazione. E ancora, padre di famiglia, sposo, amico fedele. E martire in odio alla fede, nel 1944, nel lager nazista di Hersbruck. In una vita sola, consumata in appena 37 anni, Odoardo Focherini è stato molte cose, tutte attualissime, necessarie specialmente in questo tempo nel quale emerge la necessità di ogni suo profilo, vissuto con la dedizione senza sconti che l’ha portato alla beatificazione, tredici anni fa.
Mentre la Chiesa ne fa memoria, in particolare il 6 giugno nella sua diocesi di Carpi, Odoardo è come se ci chiedesse cosa abbiamo capito davvero di lui. Perché la sua figura ha molto da dirci, proprio oggi. Sette figli, una moglie, Maria, profondamente amata. E la guida dell’azienda che a Bologna editava L’Avvenire d’Italia, uno dei “genitori” – insieme all’Italia di Milano – del quotidiano che avete tra le mani e che sente di dovere alla sua fedeltà molto di ciò che è oggi. Poteva bastargli, per noi sarebbe stato di sicuro anche d’avanzo. Invece per lui no.

C’è un mistero nella figura di Focherini che più passa il tempo e più è indispensabile esplorare. Pur avendo già ampiamente di che colmare le esigenze professionali e umane, si mise in testa di cambiare il destino di un mondo lacerato dalla guerra, sprofondato in un abisso che pareva senza fine. Lo fece spendendo sé stesso, non potendo silenziare quel medesimo amore assoluto per gli altri che lo legava a Maria. Doveva prodigarsi per lei e i loro figli, e per altre famiglie come la sua, difenderle, custodirle, liberarle dall’angoscia. La violenza nazifascista esercitata sugli ebrei gli era intollerabile, e metterne in salvo clandestinamente un centinaio – come fece, insieme a un amico sacerdote, don Dante Sala – gli costò la vita. Era consapevole del pericolo che stava correndo, ma sapeva di essere appoggiato in tutto dalla moglie, con la quale condivideva una fede limpida, totalizzante.
La raccolta delle lettere tra i due coniugi e la testimonianza dell’amico Giacomo Lampronti mostrano che Dio è il centro della loro vita insieme, di sogni e scelte, di progetti e impegni. Tutto passa di qui, e il matrimonio è come la garanzia e la certezza che sarà l’amore a cambiare la storia. E l’amore vero è senza mezze misure, per sempre. Nel suo nome Odoardo non poteva porre un limite all’impegno per riparare ciò che vedeva compromesso dall’arroganza del potere, quelle atroci ingiustizie che ad altri facevano (e fanno) voltare la schiena. Nominato per questo “giusto fra le nazioni” a Yad Vashem, attende ora che anche al Giardino dei Giusti di Milano, curato dalla Fondazione Gariwo, se ne possa presto leggere il nome, come la famiglia di Avvenire spera.
Tutto in Focherini si spiega con un impegno esclusivo di amore, quello che esce ancora bruciante dalle pagine dell’epistolario con Maria. E che da un anno è simbolicamente racchiuso nel reliquiario in una cappella laterale della Cattedrale di Carpi: al centro di un’opera di oreficeria curata dal nipote Luca Semellini, figlio della primogenita Olga, c’è la fede nuziale di Odoardo, saldata a una croce, tra le pietre del lager e il filo spinato (spezzato). I due sposi – racconta la figlia Paola, la più piccola della nidiata, la sola ancora in vita – decisero di portare al dito fedi di metallo per salvare quelle d’oro dalla requisizione fascista “per la patria”. Così l’anello di Odoardo è arrivato fino a noi, con il suo potente messaggio: l’amore di una coppia di sposi, abbracciato alla presenza viva di Dio che salva, è più forte di ogni avversità, anche la più tenebrosa. Dentro la perfezione della sua forma c’è fusa la passione per la libertà, il desiderio di pace, il pensiero che sa aprire al domani, la speranza coltivata con tenacia e sacrificio personale, lo spendersi per la famiglia e per il prossimo, fino a giocarsi tutto. Una vita consumata da questo amore non può restare sola, ha sete di eternità, genera frutti, semina pace, e dentro le macerie annuncia un mondo riconciliato. A dircelo, in fondo, basta un anello.
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