Energia, Europa e nuova sovranità: la transizione non basta più
di Giovanna Iannantuoni, Lucia Visconti Parisio
L’Unione è passata attraverso almeno tre grandi fasi storiche: l’epoca della liberalizzazione dei mercati, quella del “trilemma energetico” e, oggi, un nuovo periodo dominato dalla sovranità industriale e geopolitica

Per comprendere le tensioni che attraversano il sistema energetico europeo – prezzi elevati, crisi industriale, dipendenza tecnologica dalla Cina, difficoltà della transizione – occorre guardare indietro. La situazione attuale non nasce improvvisamente con la guerra in Ucraina o con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. È il risultato di oltre trent’anni di evoluzione delle politiche energetiche europee. L’Europa dell’energia è infatti passata attraverso almeno tre grandi fasi storiche: l’epoca della liberalizzazione dei mercati, quella del “trilemma energetico” e, oggi, una nuova fase dominata dalla sovranità industriale e geopolitica.
La prima grande stagione delle politiche energetiche europee inizia negli anni Novanta. Con le direttive del 1996 e del 1998 l’Unione europea avvia la liberalizzazione dei mercati dell’elettricità e del gas. L’obiettivo era chiaro: smantellare i monopoli verticalmente integrati, introdurre concorrenza e ridurre i prezzi per consumatori e imprese. L’Europa beneficiava di combustibili fossili relativamente economici, soprattutto gas naturale. La Russia era percepita come un fornitore affidabile. La globalizzazione sembrava irreversibile. L’idea dominante era che mercati aperti e integrazione europea avrebbero garantito contemporaneamente efficienza economica e sicurezza degli approvvigionamenti. Ma questa impostazione aveva anche un limite strutturale: considerava l’energia soprattutto come una commodity economica, e molto meno come una questione industriale, tecnologica e geopolitica.
A partire dalla metà degli anni Duemila l’Europa entra in una seconda fase. La crescente centralità del cambiamento climatico modifica profondamente le priorità politiche. Nasce così il cosiddetto “trilemma energetico”: tre obiettivi da perseguire simultaneamente. Il primo era la competitività: mantenere prezzi accessibili per famiglie e imprese. Il secondo la sostenibilità ambientale e il terzo la sicurezza energetica. Per oltre dieci anni l’Europa ha cercato di bilanciare questi tre obiettivi. È la stagione del pacchetto “20-20-20”, del “Green Deal” europeo, del “Fit for 55”, delle grandi strategie climatiche continentali. In quel periodo l’Unione europea assume una vera leadership globale nella lotta al cambiamento climatico. L’idea dominante era che la transizione verde potesse diventare anche una strategia industriale vincente. L’equilibrio del trilemma inizia però a incrinarsi rapidamente.
Il primo choc arriva con la guerra in Ucraina nel febbraio 2022. L’invasione russa mostra brutalmente quanto la dipendenza europea dal gas russo costituisse una vulnerabilità strategica. La crisi energetica del 2022 provoca un’esplosione dei prezzi dell’elettricità e del gas senza precedenti. L’Europa reagisce con “REPowerEU”, accelerando la diversificazione energetica e le rinnovabili. Ma nel frattempo emerge un secondo choc: l’”Inflation Reduction Act” americano del 2022: con centinaia di miliardi di dollari di sussidi pubblici, gli Stati Uniti iniziano una gigantesca politica industriale verde. Per l’Europa è un cambio di paradigma. La competizione globale non si gioca più soltanto sui mercati, ma sulla capacità degli Stati di sostenere direttamente industrie strategiche.
Poi arriva il terzo choc: la crescente potenza industriale cinese. L’Europa scopre di dipendere dalla Cina non solo per le materie prime critiche, ma anche per pannelli fotovoltaici, batterie, componentistica, terre rare e tecnologie pulite. La transizione energetica europea rischia paradossalmente di trasformarsi in una nuova dipendenza strategica. Infine, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2024 accelera ulteriormente la frammentazione geopolitica globale. È in questo contesto che il vecchio “trilemma” europeo entra definitivamente in crisi.
La nuova fase che si sta aprendo in Europa può essere definita come il passaggio dalla semplice “transizione energetica” alla ricerca di una vera sovranità energetica e industriale: la sostenibilità non basta più, oggi l’Europa deve anche proteggere le proprie industrie, ricostruire capacità produttive interne, garantire resilienza delle supply chain e finanziare investimenti giganteschi. Questo cambia profondamente la natura delle politiche energetiche. Ed emerge un problema fondamentale e non più rinviabile: il costo della transizione. La decarbonizzazione richiede investimenti enormi in reti, accumuli, rinnovabili, elettrificazione, idrogeno, cattura della CO2 e infrastrutture industriali. Tutto ciò implica una gigantesca accumulazione di capitale.
Negli anni Novanta si promettevano prezzi più bassi grazie alla liberalizzazione, mentre oggi il problema politico centrale diventa invece la distribuzione dell’onere della transizione. Famiglie vulnerabili, industrie energivore, bilanci pubblici e contribuenti europei sono sottoposti a una pressione crescente. Da qui derivano molte delle tensioni politiche che oggi attraversano l’Europa e che alimentano il dibattito sull’ammissibilità di diverse forme di aiuti di Stato su richiesta dei paesi-membri.
La difficoltà più grande non è soltanto tecnologica o finanziaria, è istituzionale. L’Unione Europea è stata costruita per integrare mercati nazionali, non per guidare una trasformazione industriale di scala continentale in un contesto geopolitico ostile. Per questo motivo il modello tradizionale di governance europea – direttive comuni e attuazione nazionale – appare sempre meno sufficiente. La nuova fase richiede invece coordinamento multilivello: Ue, Stati nazionali e territori locali devono operare insieme. In altre parole, la questione energetica europea non riguarda più soltanto il funzionamento dei mercati. Riguarda la capacità dell’Europa di ridefinire il proprio modello economico, industriale e geopolitico in un mondo molto più instabile rispetto a quello degli anni Novanta. Ed è probabilmente questa la vera sfida storica che l’Europa ha oggi davanti a sé.
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