Chi (e perché) lavora contro la “non proliferazione nucleare”
di Carlo Trezza
Fallisce la conferenza quinquennale di New York per il rilancio di un Trattato (il Tnp) al quale c’è la tentazione sempre più diffusa di sottrarsi per tenere le mani libere. Ma resta pur sempre la sede che dal 1975 ha contenuto la diffusione dell’arma atomica nel mondo

Sono sempre meno gli esponenti di governo che partecipano alla grande conferenza quinquennale dedicata alla revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) la cui ultima sessione si è appena conclusa a New York. Vale per l’Italia, ma anche per l’Unione Europea, che pure ha sempre considerato la non proliferazione delle armi nucleari un proprio cavallo di battaglia. La materia trattata è complessa e il ritorno mediatico per i politici quasi inesistente. Eppure si tratta del principale foro internazionale ancora operativo in cui si affrontano le questioni strategiche dell’energia e delle armi nucleari sulla base di un trattato che, dal 1975, è riuscito a contenere la diffusione dell’arma atomica nel mondo.
Il Tnp vieta a tutti gli Stati – a eccezione di Cina, Francia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti – di possedere armi nucleari, garantendo al tempo stesso il «diritto inalienabile» all’uso dell’energia nucleare per scopi pacifici. Dopo quattro settimane di lavori, però, la Conferenza si è conclusa con un nulla di fatto. Non è una sorpresa: è ormai la terza volta consecutiva – dunque da quindici anni – che non si riesce ad approvare un documento finale condiviso.
Se nel precedente incontro, quello del 2022, il fallimento fu determinato dall’aggressione russa all’Ucraina, dagli attacchi alle centrali nucleari e dalle minacce atomiche provenienti da Mosca, questa volta la rottura si è consumata su una questione di linguaggio relativa al programma nucleare iraniano. La delegazione di Teheran ha chiesto l’eliminazione dal testo finale di un passaggio secondo cui «l’Iran non potrà mai cercare di ottenere, sviluppare o acquisire qualsiasi arma nucleare». Gli Stati Uniti si sono opposti. A prima vista potrebbe sembrare un dettaglio marginale, dal momento che il divieto di dotarsi dell’arma atomica è già implicito nel Tnp per tutti gli Stati non nucleari. In realtà, il nodo aveva un forte significato politico, perché il riferimento riguardava esclusivamente l’Iran, proprio mentre erano in corso delicati negoziati sul futuro del suo programma nucleare.
Ma i motivi del contendere sono anche altri e più profondi. Cresce anzitutto la preoccupazione per il fatto che i tre pilastri su cui si fonda il Tnp – disarmo, non proliferazione e uso pacifico dell’energia nucleare – sono oggi in difficoltà.
Il fronte del disarmo,incluso quello nucleare, invece di avanzare, arretra. L’America di Trump si è ritirata da importanti trattati di controllo degli armamenti e rilancia la corsa agli arsenali. La Russia ha fatto altrettanto e, anzi, aveva avviato già prima degli Stati Uniti un vasto programma di modernizzazione nucleare. Anche la Cina, finora considerata una potenza nucleare relativamente “moderata”, sta aumentando e diversificando rapidamente il proprio arsenale. Francia e Regno Unito, pur su scala più ridotta, si muovono nella stessa direzione.
Il Tnp è riuscito finora a limitare il numero dei Paesi dotati di armi nucleari, ma non va dimenticato che quattro Stati sono rimasti fuori dal sistema: India, Pakistan, Israele e, più tardi, la Corea del Nord.
La credibilità del Trattato si è anche incrinata a seguito del ricorso alla forza da parte di potenze nucleari – Russia e Stati Uniti/Israele – rispettivamente contro Ucraina e Iran, due Paesi aderenti al Tnp come Paesi privi di armi atomiche. È un segnale inquietante: la rinuncia all’arma nucleare non sembra garantire la sicurezza di uno Stato e può anzi aumentarne la vulnerabilità. Un messaggio che potrebbe indurre altri Paesi a seguire la strada della Corea del Nord, ritiratasi dal Tnp nel 2003.
Anche quest’anno è tornata nel dibattito la questione dello stazionamento di armi nucleari sul territorio di Stati che, in base al Tnp, hanno rinunciato all’arma atomica. Il riferimento è evidentemente ai Paesi Nato, tra cui l’Italia, che ospitano ordigni nucleari statunitensi. È un tema tradizionalmente sostenuto dalla Russia post-sovietica, dalla Cina, da diversi Paesi non allineati e da alcune organizzazioni non governative. Il Tnp non vieta espressamente tale pratica. A farlo è invece il più recente Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw), al quale però non ha aderito nessuna potenza nucleare né alcun Paese protetto da un “ombrello atomico”. Gli argomenti contro lo stazionamento sembrano essersi indeboliti dopo la decisione russa di dispiegare armi nucleari in Bielorussia, alle porte dell’Ucraina.
Meno problematico appare oggi il terzo pilastro del Tnp, quello relativo all’uso pacifico dell’energia nucleare. Nessuno mette infatti in discussione il «diritto inalienabile» all’energia atomica, rafforzato dalle esigenze energetiche legate alla crisi climatica e alle tensioni geopolitiche, come quelle che interessano lo Stretto di Hormuz. Resta tuttavia aperta una questione cruciale, al centro proprio del caso iraniano: se l’arricchimento dell’uranio – necessario per alimentare le centrali nucleari – sia parte o meno di quel «diritto inalienabile». Il problema è che l’uranio arricchito può servire anche alla costruzione della bomba atomica.
Sono temi estremamente complessi . Si può comprendere, quindi, la riluttanza dei leader politici a impegnarsi personalmente in negoziati delicati e a volte destinati al fallimento. Ma se gli esponenti di governo possono sottrarsi dal partecipare di persona a tale conferenza, inclusa la fase dedicata ai “rappresentanti ad alto livello”, essi non possono sfuggire alla responsabilità politica delle conseguenze che ne derivano. E ogni fallimento in questo campo contribuisce ad aumentare il rischio nucleare per l’intero pianeta.
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