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Cronaca
Migranti
Slovenia e Serbia chiudono le frontiere
Ilaria Solaini
8 marzo 2016
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La Slovenia da mezzanotte ha chiuso le frontiere ai migranti: respingerà chiunque non abbia un documento in regola per l’area Schengen, compresi i siriani in fuga dalla guerra. «La rotta balcanica non esiste più» ha affermato il primo ministro sloveno Miro Cerar. La Serbia poche ore dopo si è accodata alla decisione del governo sloveno: adotterà misure reciproche alle frontiere con Macedonia e Bulgaria: «Considerando le decisioni adottate da un Paese membro dell'Unione europea, la Serbia non può consentire che il suo territorio diventi un campo profughi», si legge in una nota del ministero dell'interno serbo. Le decisioni che arrivano dai Paesi Balcani e mettono la parole fine su Schengen sulla rotta balcanica sono la diretta conseguenza delle bozze dell’accordo tra Ue e Turchia. Per l’Onu l'accordo preliminare non fornisce garanzie di protezione ai rifugiati e violano il diritto internazionale. Il meccanismo “uno a uno” proposto dalla Turchia impone che per ogni profugo riammesso da Ankara i 28 dovranno accoglierne uno in modo legale. L’accordo sarà ridiscusso al Consiglio europeo del 17 e 18 marzo.

E se Schengen e la libertà di circolazione non viene più rispettata, che cosa succede alle migliaia di profughi che si trovano a Idomeni?
Migliaia di profughi sono intrappolati in quello che assomiglia sempre più al più grande «slum dell'Europa» in una disperata lotta per la sopravvivenza.
Si stima - stando ai media greci - che a Idomeni ci siano circa 13mila profughi ammassati nei pressi del villaggio greco, al confine tra la Grecia e la Macedonia.

Un confine che da lunedì 7 marzo è rimasto sigillato, mentre sui profughi scendeva un autentico diluvio di pioggia gelida, e il terreno attorno a loro si trasformava in una palude fangosa, avvolta dalla nebbia. L'area non è attrezzata per accogliere così tante persone: «È una catastrofe umanitaria ne arrivano più di quanti riescono a passare il confine - ha spiegato una giovane volontaria a un reporter di Lapresse -. C'è un tappo umano, ci sono tantissime donne (29-30%) e circa il 30% di bambini tutti provenienti da zone di guerra attive».

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(​Tutte le foto sono Lapresse)
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Dopo la tempesta che ha colpito il campo la notte scorsa, le scene di disperazione si sono moltiplicate: con i profughi accalcati sulla rete eretta dalla Macedonia e lungo il tratto ferroviario che lì si interrompe, mentre tentano di coprirsi con quello che c'è, soprattutto sacchi dell'immondizia. Sono pochissimi coloro che dispongono di qualche indumento impermeabile. Le tende disponibili, donate da diverse ong ed agenzie umanitarie, sono strapiene, e dal momento che all'interno non si possono accendere fuochi, e quelli esterni sono stati spenti dal nubifragio, i migranti sono rimasti a lungo con gli abiti fradici addosso. 
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Numerose persone hanno passato la notte sotto al tendone sorto accanto al cancello del confine, che nei giorni scorsi si è aperto con il contagocce, nella speranza di passare in Macedonia alla prima occasione. Molti stanno aspettando di passare il confine da due settimane e nel frattempo dalle fotografie dei fotoreporter che sono lì si riescono a vedere anche momenti di gioco.

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Al vicino ospedale di Kilkis - già in affanno per mancanza di personale - sono giunti molti bambini malati, devastati da freddo e disagi. Qui si servono anche pasti per altri bambini che patiscono fame e sete, ma è una goccia nel mare. Due ragazzini - 11 e 13 anni - sono stati colpiti dalla scarica di un cavo dell'alta tensione lungo la linea ferroviaria, fortunatamente riportando lesioni non letali.
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