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UN MESE LA LA SCOMPARSA
Tonini e la capacità
di incontrare l’altro​
A un mese dalla morte, l’arci­diocesi di Ravenna-Cervia ri­corda il cardinale Ersilio To­nini, con una solenne concelebra­zione eucaristica in Cattedrale a Ra­venna sabato 31 agosto alle 18.30, presieduta dall’arcivescovo emerito Giuseppe Verucchi. Arcivescovo di Ravenna-Cervia dal 1975 al 1990, il cardinale Tonini è morto a 99 anni presso l’opera Santa Teresa proprio un mese fa, il 28 luglio scorso. E a ri­cordare il cardinale Tonini, c’è anche don Franco Musa, nato a Milano 59 anni, parroco di Mezzano, 5mila a­nime alle porte di Ravenna. «Era il 1978 – racconta –. Mi ero laureato in filosofia alla Statale di Milano e pen­savo di andare in Seminario a Berga­mo come vocazione adulta, insieme al mio compagno Massimo Camisa­sca, oggi vescovo di Reggio Emilia-Guastalla. Ma don Luigi Giussani mi chiese di andare a Ravenna, perché l’allora arcivescovo Tonini aveva chie­sto un seminarista per riaprire il Se­minario. Arrivai con una vecchia Fiat 500 nel luglio 1978, accolto da Toni­ni a braccia aperte, con un sorriso gioioso e l’entusiasmo di un bambi­no, anche se aveva 64 anni».

Quanti seminaristi eravate?
In due: io e don Paolo Pasini, ora di­rettore dell’Opera Santa Teresa di Ra­venna, il Cottolengo della Romagna, scelto come sua abitazione da Toni­ni, dove il cardinale è vissuto per 38 anni. E poi pian piano arrivarono al­tri seminaristi da tutte le parti d’Ita­lia.
 
Cosa ha significato per Tonini ria­prire il Seminario, chiuso da dieci anni?
Senza preti - diceva - non ci sarà più la Chiesa. Così a Paolo VI che l’aveva chiamato direttamente, mise come condizione per accettare la nomina ad arcivescovo di Ravenna di avere un gruppo di gesuiti per riaprire il Se­minario. Chi era per voi seminaristi Ersilio To­nini? Un padre spirituale di fatto, che qua­si tutte le sere veniva a cena da noi, per ascoltare, ma soprattutto per di­scutere apertamente con noi di tutti gli argomenti.
 
Che cosa vi appassionava di lui?
La sua passione per ogni singola per­sona, che io ho sperimentato in vari anni.

In che senso?
Avendo molto tempo libero negli stu­di e avendo 25 anni, spesso lo ac­compagnavo in macchina per le con­ferenze, gli incontri coi giovani, in particolare coi tossicodipendenti, un problema molto sentito in quegli an­ni a Ravenna e in Romagna.
 
Lo accompagnava anche a Roma?
Tante volte, perché spesso andava a bussare alla porta dei suoi amici vescovi, non solo per riaprire il Semina­rio, ma anche per aprire una casa di accoglienza del Ceis di don Picchi (Centro italiano di so­lidarietà, ndr), per il recupero dei tos­sicodipendenti, per i quali mise a di­sposizione anche il vescovado, vi­vendo in poche stanze al Santa Tere­sa.

A voi giovani seminaristi cosa affa­scinava di Tonini?
Ci si sentiva amati. Esprimeva per o­gnuno una paternità molto traspa­rente. Non amava solo le grandi fol­le, ma la sua disponibilità era totale per ognuno che incontrava. Era un uomo libero, soprattutto libero dai formalismi e dalle cose scontate.

Un esempio?
Ero già sacerdote e una domenica e­ro in ritiro nelle colline romagnole con un piccolo gruppo di giovani. Gli chiesi che avremmo desiderato par­lare con lui. Salì in macchina da solo e ci raggiunse, per trascorrere un po­meriggio intero con una decina di ra­gazzi. Quale eredità personale le lascia il cardinale? Amare le persone prima di ogni altra cosa. Certo la teologia è importante, la filosofia, la cultura e la pastorale pure, ma quello che ho vissuto con lui è la priorità della persona che hai da­vanti a te.

Quinto Cappelli
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