venerdì 10 marzo 2017
Forse ci troviamo solo a un crocevia, e l'ago della bussola non si è ancora stabilizzato per indicare il nord, e tutto questo è normale. Forse è solo una questione di tempo, e da qui a poco ci vedremo più chiaro. Sarebbe tuttavia un'illusione non riconoscere fino a che punto noi stiamo vivendo uno di quei momenti in cui non si riesce a dire con sicurezza verso dove si va - né come società né come individui. E nell'inestricabile conglomerazione di problemi che fanno parte dell'equazione spicca, e in modo sempre più nitido, l'impiego delle tecnologie e i costi umani a esse associati, su cui riflettiamo ancora poco. La diagnosi è palese: a fianco degli elementi indiscutibilmente positivi che la comunicazione digitale permette (incremento della comunicazione umana, snellimento delle procedure di lavoro, possibilità di connetterci in qualunque luogo e in ogni momento…), ci scopriamo a vivere una dipendenza forzata e un'ipnosi, esausti ma incapaci di disconnetterci, catturati dalla rete, divorati dall'ossessiva sollecitazione dell'unica vera città che non dorme mai. Le email, WhatsApp, Facebook, Twitter o Instagram hanno talmente alterato la nostra quotidianità, sono divenuti così preponderanti e invasivi, che la domanda che s'impone è se non stiano alterando anche noi stessi.
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