Carcere, la Corte europea condanna l'Italia: ha violato il diritto alla vita di un detenuto

La Cedu ha accolto il ricorso degli avvocati della famiglia di Antonio Raddi: entrato in cella a 76 chili, in sette mesi ne perse 25 e poi morì. Il nostro Paese finisce sotto accusa per trattamenti inumani e degradanti
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July 14, 2026
La Cedu, la Corte europea dei diritti dell'uomo, ha accolto un ricorso degli avvocati della famiglia di Antonio Raddi, morto in cella a 28 anni, stroncato da un'infezione polmonare, e ha condannato l'Italia per la violazione del diritto alla vita e del divieto di trattamenti inumani e degradanti. Una sentenza che viaggia in direzione opposta rispetto alle conclusioni della giustizia ordinaria: la procura di Torino, già nel 2023, aveva chiesto e ottenuto dal tribunale l'archiviazione della pratica sostenendo che non era possibile ravvisare responsabilità nemmeno dal punto di vista della mancata sorveglianza sanitaria.
Quando lo portarono in carcere, a Torino, Antonio Raddi pesava 76 chili. Nel giro di sette mesi ne perse 25. Poi morì, il 30 dicembre 2019. Secondo Monica Gallo, all'epoca Garante comunale per i detenuti, «Antonio l'ultima volta era magrissimo, costretto su una sedia a rotelle. Mi sembrò addirittura di notare delle macchioline di sangue mescolate alla saliva che aveva alla bocca. E non capii perché non lo ricoverassero». In carcere il 28enne era finito ad aprile: aveva violato le regole dell'affidamento in prova perché, diceva, dopo la morte della fidanzata era «andato in tilt». Soffriva di ansia, di depressione, e il consumo continuo di droga, quando era in libertà, non lo aveva aiutato.
«La sentenza della Cedu evidenzia il fallimento dell'intero sistema» ha commentato l'avvocato Gianluca Vitale, che ha patrocinato la famiglia Raddi a Strasburgo insieme al collega Federico Milano.

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