Scioperano i lavoratori della cultura: troppi tagli e precarietà, il nostro lavoro è povero
di Cinzia Arena
L'agitazione proclamata da Cgil e Cobas coinvolge musei, biblioteche e teatri. Manifestazioni in quindici città

La cultura italiana non esiste senza le persone che la producono e custodiscono ogni giorno. Parte da questa premessa la mobilitazione nazionale dei lavoratori del settore indetta per domani. Si fermano musei, biblioteche, archivi e teatri: uno sciopero generale, secondo gli organizzatori il primo in questa forma nella storia del Paese e il primo nazionale per musei e biblioteche dopo quasi cinquant’anni. Coinvolge tutta la filiera: dipendenti, appalti, autonomi dello spettacolo e dell’editoria. Da piazza del Plebiscito a Napoli agli Uffizi di Firenze, da Brera a Milano alle Gallerie dell'Accademia a Venezia, ci saranno manifestazioni in 15 piazze di tutt'Italia, ben due solo a Roma.
A proclamare lo sciopero la Fp Cgil per il ministero della Cultura e il comparto Federculture, con l’adesione della Nidil Cgil per i lavoratori in somministrazione e diverse sigle del sindacato di base Cobas. Alla base della mobilitazione il paradosso di condizioni inaccettabili dovute ai ripetuti tagli al finanziamento pubblico, carenze di organico strutturali che agevolano i processi di esternalizzazioni e precarietà, remunerazione sotto soglia, contratti impropri o inesistenti, precarietà strutturale in un Paese che fa della sua cultura una parte essenziale della propria identità e del proprio valore nel mondo. “Noi scegliamo la cultura, il lavoro, la pace" spiegano Giordana Pallone, segretaria nazionale Fp Cgil e Roberta Turi, segretaria nazionale NIdiL Cgil parlando di un settore che non valorizza i lavoratori e anzi li rende "frammentati, invisibile e spesso ricattabile" e che continua a tagliare i finanziamenti. La spending review della legge di bilancio 2026 impone al ministero della Cultura tagli per quasi 69 milioni mentre la spesa militare, calcola l’osservatorio Milex, tocca nel 2026 il record storico di 33,9 miliardi, oltre 1,1 miliardi in più sul 2025.
I tagli si ripercuotono sul lavoro, falcidiato e sempre più povero. Nel 2023 Cgil e Uil chiedevano di riportare l’organico del ministero almeno a 23mila unità; da allora però la situazione è peggiorata. La precarizzazione, infatti, è aumentata: nei luoghi della cultura convivono lavoratori di serie A e di serie B, stesse mansioni e tutele radicalmente diverse, divisi da appalti e concessioni. Le richieste avanzate dai sindacati sono sono precise: reinternalizzare i servizi dati in appalto, stabilizzare i precari, superare le false partite Iva, creare contratti di filiera per tutelare i salari, avviare un piano straordinario di assunzioni al ministero e nelle istituzioni pubbliche, tutelare i chi ha contratti atipici e le vittime di molestie e discriminazioni, che colpiscono prima di tutti chi è ricattabile perché precario. E soprattutto introdurre un reddito di discontinuità per le professioni intermittenti perché in questo Paese si può lavorare nella cultura ed essere disoccupati per metà di ogni anno, invisibili a qualsiasi welfare.
Scioperare in questo settore non è facile, a causa della legge 146/90 sui servizi essenziali, che dal 2015 interessa anche i beni culturali, ma non è impossibile. “Mandiamo un messaggio chiaro a questo ministero: la cultura non è una merce, il nostro lavoro non è un favore. Pretendiamo assunzioni stabili e contratti dignitosi" denunciano i Cobas che mettono sotto i riflettori anche l’uso dei volontari come “sostituti" dei lavoratori e l’usanza “barbara” di noleggiare i beni culturali anche di maggior pregio (musei, archivi, biblioteche e parchi archeologici) per matrimoni ed eventi pur di fare cassa.
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