Quaranta bambini morti sulle strade. La terribile conta del 2026
I dati dell'Associazione Sostenitori Polizia stradale: quasi la metà delle piccole vittime viaggiava a bordo di veicoli, la maggior parte aveva meno di sei anni

L’anno deve ancora finire eppure sono già quaranta i bambini morti sulle strade italiane: uno alla settimana e sette in più dell’intero 2025. A tenere il conto delle piccole vittime e lanciare l’allarme ci pensa l’Osservatorio Associazione Sostenitori ed Amici della Polizia Stradale che nei primi nove mesi del 2026 ha censito 38 incidenti in cui hanno perso la vita ragazzi con meno di 14 anni. Numeri dietro i quali si nascondono storie: come quella di Jamila investita da un furgone in manovra vicino alla stazione di Bolzano o di Zoe, colpita mortalmente da un’auto a soli sette anni, mentre in un comune del Pisano attraversava la strada con il nonno che la accompagnava agli allenamenti di pattinaggio. Aveva sette anni anche Niccolò che tre settimane fa a Torino è stato falciato da un’auto mentre andava a scuola, con il caschetto in testa e il papà a fianco, a bordo della sua biciclettina rossa e la cui morte ha provocato una manifestazione di sdegno e protesta in città per chiedere alle auto di rallentare.
Tutti casi tragici che accendono i riflettori sulla questione della sicurezza dei bambini e che, però, raccontano solo una parte degli incidenti su strada che coinvolgono i minori e che, per chi ha meno di 30 anni, sono la prima causa di morte. Dei quaranta bambini considerati dall’Osservatorio Asaps, infatti, sedici erano pedoni e appena due ciclisti: quasi la metà delle vittime – diciannove – viaggiavano a bordo di veicoli. Una sproporzione che obbliga a guardare anche dentro gli abitacoli dove i piccoli vengono posizionati ma non sempre rispettando le regole base di sicurezza. Il 32% dei genitori – racconta un’indagine condotta su 600 famiglie da Altroconsumo esattamente un anno fa – non usa correttamente i seggiolini. Il 18% ammette, per esempio, di non allacciare sempre le cinture del dispositivo mentre il 12% usa un modello inadatto al peso o all’altezza del bambino. «Tanto il tragitto è breve», «la scuola è dietro l’angolo», «per arrivare dai nonni ci vogliono due minuti» sono le giustificazioni più comuni tra chi rinuncia ad allacciare le cinture seguite dal fastidio del bambino nel sentirsi legato. Il problema riguarda anche i piccolissimi: secondo l’Istituto superiore di sanità, ancora nel 2026, una mamma su otto di bambini con meno di due anni dichiara di non usare il seggiolino a ogni viaggio.
Il dato è interessante anche perché ventidue tra i quaranta bambini morti in strada quest’anno avevano meno di sei anni: un’età in cui si può cominciare a insegnare come comportarsi quando si circola ma dalla quale non ci si può certo aspettare la capacità di prevedere e affrontare tutti i pericoli. I bambini – suggeriscono dunque i numeri – dipendono da chi li accompagna, da chi guida e da chi progetta gli spazi nei quali si muovono.
Lo conferma pure la geografia del pericolo che consegna Asaps e che vede la popolosa Lombardia in testa per il numero di episodi. In cima alla classifica delle vie più rischiose ci sono le strade statali e provinciali – dove hanno perso la vita ventidue ragazzini – e le autostrade che hanno visto quattro incidenti mortali. Ma non sono immuni nemmeno le zone scolastiche (che hanno contato tre degli incidenti mortali per i bambini) e neppure le piccole vie di paese, quelle che le famiglie percorrono più volte al giorno e sanno quasi a memoria e che pure risultano trafficatissime se consideriamo che nel nostro Paese la metà degli spostamenti in auto avviene nel raggio di due chilometri da casa. Qui, nel 2026, si sono contate già undici piccole vittime. Troppe.
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