Perché il caso del ragazzo morto durante un controllo di polizia divide ancora Bologna

di Diego Motta, inviato a Bologna
Il corpo di Abderrahim Fakir, deceduto lo scorso 19 luglio, è ancora a disposizione delle autorità. La sorella, Khadija: «Mio fratello deve essere seppellito, chiediamo che riposi in pace». I sindacati degli agenti ribadiscono: intervento corretto, lo provano le "bodycam". Gli esiti dei primi accertamenti e il nodo cocaina
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October 13, 2026
Perché il caso del ragazzo morto durante un controllo di polizia divide ancora Bologna
I familiari di Fakir in Questura a Bologna lo scorso luglio, dopo la morte di Abderrahim: a sinistra, la sorella Khadija e, a destra, la nipote Yossra
«Non voglio risarcimenti. Tutti i soldi del mondo non serviranno per far tornare in vita mio fratello». Khadija Fakir è sorella di Abderrahim Fakir, l’uomo morto a Bologna il 19 luglio scorso durante un fermo di polizia. Da allora, questa donna vive una tragedia personale e familiare indicibile. Le immagini degli agenti sopra il corpo del fratello sono impresse nella sua mente: lei, a futura memoria, le ripropone nel suo profilo whatsapp, ribadendo «fiducia assoluta nella magistratura italiana, che sta indagando, e nella legge».
La vicenda di questa donna, la prima a chiedere «verità e giustizia», è finita nel limbo: ci vorrà molto tempo per gli accertamenti del caso e saranno necessarie verifiche e perizie da parte degli esperti. Di fatto, il corpo di Abderrahim Fakir è ancora a disposizione delle autorità. «Ma mio fratello deve essere seppellito, chiediamo che riposi in pace» dice Khadija.
Al momento, per i fatti di quella domenica, sono annotati due agenti di polizia e quattro volontari della Croce Rossa, intervenuti sul posto. A livello legale, è in corso un confronto a distanza, sia pur sotterraneo, tra le parti: i primi accertamenti legati all’autopsia avrebbero confermato le lesioni polmonari e le infiltrazioni di sangue all’interno degli alveoli e nel contempo avrebbero escluso la presenza di sangue nell’encefalo come conseguenza di un trauma contusivo. Sulle cause del decesso, occorrerà anche comprendere lo stato di salute della vittima, bloccato in stato di alterazione: per questo, sono in corso accertamenti tossicologici, istologici e approfondimenti sul cuore e sul cervello. Da un primo esame, la vittima è risultata positiva a un test sulla cocaina. La Procura di Bologna ha esteso la consulenza informatica anche ad un secondo telefono di Abderrahim, inizialmente non rintracciato ma che era sempre nelle disponibilità dell'uomo, consegnato in Procura da chi lo possedeva, grazie anche all’intervento del legale della famiglia, l’avvocato Fabio Anselmo. Dai dati che dovevano essere estratti, i magistrati speravano di ricevere informazioni utili sulle condizioni di salute del 42enne, ma al consulente dei magistrati non è stato possibile sbloccare e aprire il dispositivo.
«Tre giorni prima della morte, mio fratello aveva avuto dei risultati buoni sul suo stato di salute. Io non ho mai notato niente di strano, anche rispetto a disturbi o crisi depressive e psichiche» si limita a dire Khadija a questo proposito. «Mettetevi al mio posto: ricordo solo che in quei momenti urlavo e piangevo. Ero impotente, non ci hanno nemmeno lasciato avvicinare al corpo, che era coperto».
La reazione di Bologna a quei fatti è stata duplice: veemente e polemica nei giorni immediatamente successivi alla morte di Fakir, con alcune strade messe a ferro e a fuoco dagli antagonisti e le critiche al sindaco Matteo Lepore per aver autorizzato la manifestazione, mentre in città arrivavano i ministri Salvini e Piantedosi in segno di vicinanza alle forze dell’ordine finite nel mirino. Anche Khadija ha incontrato il capo della Polizia. «Mi sono limitata a chiedere giustizia, non altro». Successivamente, è come se il giudizio della comunità metropolitana sulla vicenda fosse rimasto sospeso, in attesa dell’emergere della verità giudiziaria. «Tanti in città in questi mesi mi hanno fermato per mostrarmi solidarietà» sottolinea la donna.
Il caso Fakir ha profondamente diviso la città. In questi giorni i collettivi universitari, il sindacato Sì Cobas e le realtà che hanno animato le proteste dopo la morte dell’uomo di origine marocchina si sono ritrovati nella facoltà di Lettere, occupata per l'occasione, e hanno lanciato uno sciopero generale e una mobilitazione permanente «fino a quando non usciranno verità e giustizia». D’altro canto, i sindacati degli agenti hanno difeso i colleghi coinvolti nell’inchiesta parlando subito di «intervento corretto», citando a loro tutela l’uso della bodycam che ha ripreso tutta l’operazione di fermo, mentre il tema della sicurezza si è imposto nel dibattito, anche attraverso la presa di posizione dei comitati di cittadini. Il clima resta dunque surriscaldato.
Tutto questo fa a pugni con la quotidianità di Khadija che, sostenuta dalla comunità musulmana e da altri pezzi della società civile cittadina, torna adesso su quel che accadde in quelle ore. «Mio fratello Fakir chiedeva solo aiuto e non è stato capito» dice la sorella, con la voce ancora velata dal pianto. «Non ho visto quelle immagini e non voglio vederle, non ne ho la forza. Avevo osservato a suo tempo in tv la scena drammatica di George Floyd in America, soffocato pancia a terra dagli agenti. Il fotogramma finale è quello che mi rimane addosso: si può morire così?».
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