Mascia: con il Nobel per la pace a Pillay, Oslo riconosce il percorso delle donne

Il docente dell'Università di Padova: un messaggio potente contro l'impunità, senza diritti non c'è pace
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October 10, 2026
Mascia: con il Nobel per la pace a Pillay, Oslo riconosce il percorso delle donne
Marco Mascia / M.Mascia
«Una persona semplice, alla mano, che ama dialogare e condividere idee e progetti. Per difendere i diritti umani occorre saper ascoltare chi ne subisce le violazioni. E l’impressione che mi ha dato quando l’ho incontrata è che Navi Pillay sappia davvero ascoltare». Marco Mascia la neo premio Nobel per la pace l’ha conosciuta a Ginevra nel 2012, quando lei era Alta Commissaria Onu per i diritti umani (2008-2014) e accettò di partecipare alla presentazione del primo numero dell’Annuario italiano dei diritti umani, compilato dall’Università di Padova e vivo ancora oggi. Marco Mascia, titolare della cattedra Unesco “Diritti umani, democrazia e pace”, oggi è presidente del Centro di Ateneo per i diritti umani “Antonio Papisca” ed è anche coordinatore, con la collega Enza Pellecchia, della Rete delle Università italiane per la pace.
Marco Mascia (al centro), con Navi Pillay a Ginevra nel 2012. A destra, Antonio Papisca / M.Mascia
Marco Mascia (al centro), con Navi Pillay a Ginevra nel 2012. A destra, Antonio Papisca / M.Mascia
Professor Mascia, un premio coraggioso. Ne è stato sorpreso?
Direi di no: si tratta di Nobel a difesa del multilateralismo, del diritto internazionale, dei diritti umani e della giustizia penale internazionale, attribuito proprio in un momento in cui essi sono sotto pesante attacco. Quindi sì, è stata una scelta coraggiosa, ma soprattutto una scelta coerente. È un premio attribuito a una persona che si è impegnata e si impegna davvero per costruire la pace, per difendere l'Onu, la Corte penale internazionale e da ultimo il diritto del popolo palestinese all'esistenza.
Ecco, Gaza e la Corte penale internazionale, che Trump si sta impegnando a smantellare: in molti hanno detto che si tratta di un Nobel politicamente orientato. Lo pensa anche lei?
No. È un Nobel a difesa dei diritti. Navi Pillay si è impegnata a difendere la popolazione palestinese davanti alla Corte internazionale di giustizia (dell’Onu, giudica gli Stati, ndr) che sta indagando sul presunto crimine di genocidio commesso da Israele su attivazione del Sudafrica e ha già emesso diverse ordinanze di misure cautelari. Il punto non è politico, ma stare dalla parte del diritto internazionale. È un Nobel che parla a tutti coloro che vogliono far prevalere la legge della forza sulla forza della legge e che difende la legalità internazionale in un momento in cui prevale l'anarchia e il caos.
Pillay è stata presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e magistrata presso la Corte penale internazionale (Cpi, giudica le singole persone fisiche accusate di crimini gravissimi, ndr). In questo momento di massima delegittimazione dei Tribunali internazionali da parte dell’America di Trump, il Nobel a Pillay è anche un segnale che va nella direzione opposta?
Trump ha fatto dello smantellamento della Cpi un impegno del suo mandato. Ma il Comitato di Oslo è andato oltre, assegnando un Nobel che è anche una denuncia dell'impunità che sta dilagando nel mondo e che mina la fiducia nei confronti delle istituzioni democratiche.
Nel 2025 il Nobel andò a Maria Corina Machado, quest’anno a un’altra donna…. C’è uno specifico femminile nel costruire la pace?
Le donne incarnano più di altri la sofferenza che i popoli subiscono quando il mondo è in guerra. Questo premio Nobel rafforza la risoluzione 1325 approvata nel 2000 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che promuove il protagonismo femminile nei processi di costruzione della pace. Pillay ha dedicato la sua vita proprio a questo e l’attribuzione del Nobel a lei riconosce un percorso fatto dalle donne dal 2000 a oggi.
Il Nobel a Pillay, che ha 85 anni, è il riconoscimento di una vita di impegno. I conflitti accompagnano la storia del secolo scorso, e lei c’è sempre stata: l’apartheid, il Ruanda, gli stupri come arma di guerra... Non è sbagliato appiattire questo premio su Gaza?
Pillay è nata prima dell'Onu, è cresciuta nel regime discriminatorio sudafricano, ha iniziato a lottare per la giustizia, per i diritti umani, in definitiva per la pace sin da giovane, immagino con difficoltà enormi per il suo essere donna e di colore in un Paese in cui la discriminazione era legge. In definitiva, è una donna che da decenni sta dalla parte di chi subisce le violazioni dei diritti umani, e lo fa con un grandissimo spessore umano, culturale e soprattutto giuridico. Perché la pace si può costruire solo attraverso il diritto, il sistema multilaterale e le istituzioni e non con la forza. È un messaggio potente, che deve arrivare a Trump ma anche all’Unione Europea. Per rispondere alla domanda, sì, è sbagliato. Questo Nobel ha radici lontane e soprattutto guarda al futuro. Perché quando diciamo che il diritto internazionale, in particolare quello dei diritti umani, è sepolto sotto le macerie di Gaza, Aleppo o Kiev, sappiamo che è gravemente ferito, ma non morto: i diritti umani hanno una forza intrinseca di resistenza perché sono innati. Noi siamo i diritti umani.

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