La guerra brucia i progressi nella lotta alla fame

L’indice Ghi 2026 di Cesvi colloca otto Paesi nella fascia allarmante e trentasei in quella grave. In 32 Stati la fame supera i livelli del 2018
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October 14, 2026
La guerra brucia i progressi nella lotta alla fame
/ ANSA
Otto Paesi in fascia allarmante, trentasei in quella grave. Per la prima volta dopo anni di progressi il quadro relativo all’insicurezza alimentare peggiora rispetto al 2018. La Somalia ha il punteggio peggiore, anche se per la prima volta esce dalla fascia più estrema. L’Indice globale della fame 2026, curato da Cesvi per l’edizione italiana, la 21esima, e presentato oggi 14 ottobre a Milano, certifica un’inversione di marcia. Il punteggio globale è 18,1, livello moderato. Basta però scendere nel dettaglio per scoprire un quadro assai più cupo. Rispetto al 2018 la situazione è peggiorata e in 32 Paesi il livello di fame è oggi più alto di allora.
Il rapporto, redatto da Welthungerhilfe, Ifhv e Helvetas, colloca otto Paesi nella fascia allarmante: Burundi, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Madagascar, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Yemen. Altri 36 sono in quella grave. Il filo che li lega è quasi sempre la guerra. Nei Paesi segnati da conflitti cronici il punteggio mediano è 22,1, più alto di quello che i Paesi in pace registravano nel 2000, pari a 15,2. Una generazione intera di progressi bruciata. In cima alla graduatoria della fame c’è la Somalia, con 47,0 punti: più di una persona su due è denutrita, un bambino su dieci non arriva a cinque anni. Qui si incrociano tutte le crisi: la siccità che ha spinto il governo a dichiarare l’emergenza nazionale, la guerriglia di al-Shabaab, i prezzi gonfiati dalla guerra che incendia il Medio Oriente, i tagli agli aiuti che hanno fatto chiudere più di 500 strutture sanitarie e nutrizionali. Nel 2026 la fame acuta è cresciuta del 43%. Entro giugno 2027 saranno 1,92 milioni i bambini colpiti, o a rischio, di malnutrizione acuta. E con il nuovo El Niño l’acqua mancata per mesi potrebbe arrivare tutta insieme: le alluvioni minacciano tra 2,5 e 3,5 milioni di persone. Eppure la Somalia racconta anche un’altra storia: per la prima volta tra gli anni di riferimento scende sotto la soglia estremamente allarmante. «Vent’anni di progressi dimostrano che la fame si può ridurre e la Somalia che esce dalla fascia più grave lo conferma», osserva Stefano Piziali, direttore generale di Cesvi.
Il Sudan, dopo oltre tre anni di guerra, conta quasi 19,5 milioni di persone, due su cinque, in grave insicurezza alimentare, e nel 2026 si attendono 4,2 milioni di bambini con malnutrizione acuta. Il conflitto impedisce persino di calcolare il punteggio, classificato come allarmante in via provvisoria. In Afghanistan i progressi si sono arrestati: il 42% dei bambini sotto i cinque anni ha un ritardo nella crescita e ad agosto 3,7 milioni soffrivano di malnutrizione acuta. L’Etiopia, stretta tra il conflitto in Amhara, prezzi del mais saliti del 60% in un anno e il rischio di alluvioni nel sud-est, non ha potuto nemmeno stimare, per il 2025, quante persone patiscano la fame acuta.
Sul piano regionale l’Africa sub-sahariana resta l’area più affamata del pianeta. Il punteggio, 27,5, è grave e superiore a quello del 2018: il primo aumento tra gli anni di riferimento. In Asia occidentale e Nord Africa la tendenza si è rovesciata, con 12,5 contro l’11,9 di otto anni fa, in una regione che dispone di circa 480 metri cubi di acqua dolce per abitante all’anno, sotto la soglia di scarsità assoluta, e dipende dalle importazioni di cibo ed energia. L’America Latina e i Caraibi continuano a progredire. Il cibo basta per tutti, ma disuguaglianze ed esclusione lasciano milioni di persone senza: in Guatemala il 44,6% dei bambini sotto i cinque anni ha un ritardo nella crescita, con punte più alte nelle comunità indigene e rurali. L’Asia orientale e il Sud Est asiatico, con 8,1, hanno più che dimezzato il punteggio tra 2000 e 2018, per poi fermarsi.
Non mancano i segnali incoraggianti. Dal 2018 31 Paesi hanno ridotto il proprio punteggio di almeno il 10% e la mortalità infantile continua a scendere. Sono però progressi molto fragili, e sempre più difficili da verificare. Gli aiuti umanitari sono in calo del 40% tra il 2024 e il 2026 e i tagli stanno indebolendo anche i sistemi che misurano la fame. Per 14 Paesi, tra cui Sudan, Sud Sudan e Yemen, i dati non bastano a calcolare un punteggio completo. «Una fame che non si misura è una fame che non riceve risposta», avverte Piziali. «I dati che mancano, dal Sudan all’Etiopia, non raccontano Paesi più stabili, ma Paesi che non riusciamo più a vedere». Le raccomandazioni del rapporto vanno dall’integrazione della sicurezza alimentare nelle politiche di sicurezza allo stop ai tagli, dal finanziamento dei sistemi di allerta precoce alla diplomazia preventiva, fino a perseguire chi usa la fame come arma di guerra.
 

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