Maria, Alberto e gli altri: la fatica doppia dei disabili che lavorano

Una ricerca della Sda Bocconi codotta su 252 persone e 152 caregiver fotografa ansia di prestazione, sfiducia nel futuro e discriminazioni
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October 12, 2026
Maria, Alberto e gli altri: la fatica doppia dei disabili che lavorano
Una ricerca della Sda Boccoini dà voce ai lavoratori con disabilità e ai loro caregiver sulle difficoltà di inclusione nel mondo del lavoro
Avere un lavoro non basta per sentirsi davvero parte di una squadra. Un’affermazione che vale per tutti ma che quando si parla di persone con disabilità assume contorni drammatici per i livelli di discriminazione (reale o percepita). “Disabilità e lavoro: ascoltare la voce delle persone” è il titolo delle ricerca realizzata da SDA Bocconi con Accenture Research e presentata ieri a Milano. Analizza il rapporto tra disabilità e lavoro partendo dall’esperienza diretta delle persone portatrici di disabilità e dei loro caregiver (rispettivamente 252 e 152), con l’obiettivo di comprendere quanto il mercato del lavoro sia realmente inclusivo e quali siano i principali ostacoli. E le voci raccolte raccontano di speranze disilluse, curriculum “dimezzati”, facili etichette sulle categorie protette e dell’enorme fatica dei familiari nel supportare i propri cari. Il punto di partenza è se mettere nero su bianco la propria fragilità. «Lo metto o non lo metto?», si chiede Maria, una delle intervistate. La paura è di venire subito “bollati” senza che vengano presi in considerazione titoli di studio e competenze. Sara, che parla quattro lingue ed ha due lauree, è stata spinta a ridimensionare la sua preparazione da chi doveva trovarle un lavoro. Alberto, con disabilità psichica, racconta che all’inizio ai colloqui spiegava quali erano le sue difficoltà nel relazionarsi con gli altri, poi ha smesso perché si è accorto che l’eccesso di sincerità lo danneggiava. L’altra metà del cielo sono i caregiver che descrivono come fa Carlo percorsi burocratici pieni di insidie e di ritardi o l’amarezza di tirocini in cui, come accaduto al figlio di Serena, la persona disabile viene lasciata da sola davanti ad un computer, senza interagire con nessuno. Il campione, equilibrato dal punto di vista di genere, è giovane, composto per il 65,5% da persone con meno di 40 anni, per il 46,03% concentrato al Centro-Nord. Si tratta in prevalenza di persone con diploma di istruzione secondaria superiore, che vivono con la famiglia di origine. Appena il 44,84% del campione risulta occupato, di cui il 9,52% è alla ricerca di una nuova occupazione. Tra i disoccupati il 23,4% è attivamente in cerca di lavoro. L’81,75% degli intervistati dichiara di essere iscritto alle categorie protetto.
I risultati evidenziano come l’assunzione da sola, non sia garanzia di inclusione. Il 50% delle persone con disabilità dichiara infatti livelli elevati di stress e il 40% riferisce esperienze di discriminazione. La criticità principale è legata all’ansia da prestazione: la pressione costante di dover dimostrare il proprio valore professionale, in un contesto in cui meno di quattro persone su dieci ritengono valorizzate le proprie competenze o nutrono fiducia nel proprio futuro lavorativo. Per quanto riguarda la discriminazione emerge spesso in forme implicite: atteggiamenti, decisioni e pratiche che limitano opportunità di accesso, crescita e riconoscimento. La ricerca evidenzia inoltre il ruolo fondamentale svolto dalle famiglie, dalle reti personali, dalle associazioni e dagli enti del Terzo Settore, che spesso compensano le carenze dei servizi disponibili. Allo stesso tempo richiama l’attenzione sul contributo dei caregiver (nell’80% dei casi donne, nel 60% mamme), ancora poco riconosciuto benché essenziale nel favorire percorsi di inclusione sociale e lavorativa. Per questo lo studio propone di misurare l’inclusione non soltanto attraverso l’accesso all’occupazione, ma anche in base alla qualità dell’esperienza lavorativa.

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